Federica D’Astolfo: “Non mi riconosco in questo calcio. La Fiorentina ha creduto e investito tanto nel femminile. Viola Park struttura meravigliosa”
“Il calcio per una bambina oggi è diventato naturale. Ai miei tempi una ragazzina che voleva giocarci era vista con pregiudizio e sospetto. Come un “maschio mancato”. Oggi ci sono più opportunità; scuole calcio maschili – che accolgono anche bambine - e femminili. Ai miei tempi c’erano i cortili e le strade e non c’era la possibilità di entrare in una scuola calcio. Oggi sì. Soffrivo guardando i miei amici giocare mentre io non potevo nemmeno far parte di un team”.
A pronunciare queste parole è Federica D’Astolfo, forse una delle calciatrici più vincenti della storia del calcio italiano assieme a Carolina Morace, con cui ha condiviso vittorie e delusioni per diversi anni. Entrambe sono state compagne di squadra alla Lazio e in Nazionale. Firenzeviola.it ha avuto il privilegio di poterla incontrare per un’intervista esclusiva nella quale tenta di riassumere momenti significativi della storia di questo sport. D’Astolfo riconosce i passi avanti del calcio femminile, ma non trascura gli aspetti negativi dei tanti cambiamenti. Nonostante ciò esprime soddisfazione per gli sviluppi intrapresi dal movimento ma allo stesso tempo è critica su alcune questioni fondamentali che a suo parere si sono persi lungo la strada.
“Rimanevo in tribuna a seguire i miei amici e nel frattempo immaginavo di essere in campo anche io – continua a raccontarci -. Provavo schemi, azioni, le simulavo dentro di me. Osservavo ogni dettaglio e vivevo tutto con grande emozione. Tutto questo è stato un valore aggiunto per la mia carriera sportiva. Mi ha fatto crescere tanto. Oggi nel calcio e non solo non si considera affatto l’impatto decisivo che l’immaginazione ha sulla conoscenza. Lasciare libero l’istinto è un passaggio decisivo per permettere alla razionalità di capire ciò che si è esplorato”.
Sullo sviluppo del movimento cosa mi dice?
"Il movimento calcio femminile oggi è cresciuto rispetto al passato, ma solo in Serie A. Più opportunità e strutture, più risorse economiche, ma rimangono lacune e fragilità forti nei campionati minori e poca crescita alla base. Il professionismo ha garantito tutele significative, ma ci sono anche dei cambiamenti negativi a mio parere".
Quali?
"Oggi anche il calcio femminile è cambiato! Sta perdendo molto della sua dimensione ludica. C’è meno passione, meno sentimento e soprattutto meno etica. Cosa sia giusto e cosa sia sbagliato fare dovrebbe essere sempre un interrogativo fondamentale e costante nello sport e non solo. Mi spiace tanto, perché con la sua crescita avrebbe potuto contaminare il calcio maschile e invece sta avvenendo il contrario. Inoltre ci sono meno talenti, si punta solo sugli aspetti fisici e tattici, che sono importanti, ma non sono i soli sui quali lavorare. In passato le cinque/sei ore al giorno che passavo in strada sono state fondamentali per lo sviluppo del mio talento e non solo. Le esperienze motorie, coordinative e tecniche ti garantivano di adattarti meglio alle situazioni di gioco. Giocavamo in spazi stretti contro i maschi, uno contro uno fino a diciassette anni. Questo ci ha aiutato tanto a livello di abilità e competenze, in autostima e crescita della personalità. Oggi tutto questo non esiste più".
Quattro scudetti da calciatrice (2 alla Lazio, 2 al Modena) sono un bel palmarès. Che ricordi ha di quel periodo?
"Devo correggerla: gli scudetti erano cinque. Uno l’ho vinto anche al Foroni Verona. Furono anni bellissimi. Ricordo il percorso, le compagne con cui l’ho affrontato, gli allenatori, i dirigenti più significativi. Le vittorie ti gratificano sempre sul momento, poi però passano. Sono le persone che ti rimangono dentro e fanno parte di te per sempre. Alcune di loro hanno un impatto sulla tua vita che dura anche nel tempo".
Presumo si riferisca a Sergio Guenza. Un’istituzione del calcio femminile storico. Mi vuole raccontare qualcosa di lui?
"Che bella questa domanda! Lei ha ragione: una di queste persone è proprio lui. Guenza ha lasciato un segno indelebile nella mia vita sportiva. Postura aperta, guardare prima di ricevere, sguardo ampio e focus nel trovare linee di passaggio quasi invisibili. Un calcio a trecentosessanta gradi. Le finte poi erano il pane quotidiano in allenamento con lui. È stato un Maestro, un istruttore che individuava subito i difetti su cui lavorare per migliorare. Era avanti anni luce su aspetti che oggi sembrano innovativi. Oltre lui ho avuto un altro grande tecnico come Sergio Vatta, un altro maestro. Ho avuto tanti altri allenatori che mi hanno insegnato tantissimo. Chi dice che le giocatrici del passato sono diventate poi allenatrici senza sufficienti conoscenze perché non hanno avuto allenatori preparati, non conosce la nostra storia e parla senza sapere".
È vero che rispetto ad oggi attiravate più pubblico allo stadio?
"No, questa è una leggenda che purtroppo devo smentire. Ai miei tempi non c’era molto pubblico. Solo amici e parenti. Se però si riferisce ai primi anni del calcio femminile lì forse i numeri erano un po’ più alti. C’era sempre curiosità di andare a vedere delle ragazze e qualche d’uno si faceva qualche risatina di troppo. Però alle competizioni internazionali era un’altra storia. Ai Mondiali in Cina del 1991 e a quelli americani del 1999 gli stadi erano pieni. Quaranta/cinquanta mila era la media a partita. Ci sembrava di essere in un altro mondo. Ogni errore o giocata riuscita era una scarica di adrenalina pazzesca. Non nascondo un po’ di timore ad affrontare un contesto così, ma il mio filo conduttore è sempre stato solo il gioco e quando mi immergevo in esso tutto il resto non esisteva. In strada o in uno stadio strapieno l’importante era solo giocare".
Molte sue ex compagne di squadra e Nazionale (Guarino, Bavagnoli e Vignotto) sono rimaste nel calcio. Che ricordo ha di loro quando giocavate insieme?
"Betti Vignotto è stata una giocatrice fenomenale. Un punto di riferimento per la mia generazione. É stata anche la mia Presidente quando ho allenato Reggiana e poi Sassuolo. Un percorso meraviglioso dalla serie C alla serie A. Betti svolgeva quel ruolo in modo semplice, ma allo stesso tempo straordinario. Faceva quello che ogni dirigente dovrebbe fare: stare vicina alla squadra e allo staff quando le cose vanno male, continuando a trasmettere fiducia e rimanere serena senza esaltazione quando si vinceva".
Sembra semplice vero?
"E invece è quello che fa la differenza. Oggi molti dirigenti non hanno questo equilibrio e questo senso della misura. É la differenza di chi è una persona di sport nel vero senso della parola e chi riveste un ruolo senza conoscere i significati del senso di farlo. Betty Bavagnoli era ed è molto attenta nelle relazioni, aveva e ha un buon modo di porsi In certi ambienti sportivi e non solo. Questo è un aspetto che ha un’importanza cruciale. Sapersi relazionare con tutti in un mondo come il calcio non è semplice. L’arte della diplomazia invece non è mai stata la mia qualità migliore (ride ndr). Rita ha fatto un percorso straordinario e vincente alla guida della Juventus, poi non ha avuto risultati esaltanti all’Inter, ma non certo solo per suoi demeriti. Sono felice del gran percorso che sta facendo in Inghilterra dove ha salvato il West Ham dalla possibile retrocessione".
Recentemente in Germania una donna ha allenato una squadra maschile. Una svolta epocale. Cosa ne pensa?
"Quello che è successo in Germania è qualcosa di straordinario e proprio questo ci dice che c’è ancora tanto da fare affinché diventi una cosa ordinaria. In Italia siamo molto indietro rispetto all’emancipazione del ruolo della donna nel calcio. Le allenatrici vengono considerate non all’altezza dell’ambiente femminile, figuriamoci in quello maschile. Se non erro al momento solo il Milan ha una donna in panchina (Bakker ndr). Ora entrerà in vigore l’obbligo della Fifa ma io spero che maturi presto la consapevolezza che la presenza professionale femminile negli staff è fondamentale. Qualcuno dice sempre “purché sia competente” ma che modo di dire è? La competenza è un requisito fondamentale ovvio. Come mai non si dice la stessa cosa sugli allenatori uomini allora?".
Lei ha vissuto un’esperienza da collaboratrice anche in Nazionale con Milena Bertolini se non erro?
"Con Milena ho vissuto due brevi esperienze in azzurro. Una al mondiale in Francia e una in Nuova Zelanda. In totale saranno stati quattro mesi assieme, non di più. Milena ha fatto la storia della Nazionale Femminile e del movimento. Il suo curriculum e i suoi risultati parlano da soli. La carriera di un’allenatrice vive anche di momenti difficili, ma la sua è stata lunga e piena di successi straordinari".
E allora come mai il nome di Milena Bertolini sembra quasi sparito dal calcio femminile?
"Mah! Credo che quello che è successo dopo il Mondiale neozelandese le abbia nuociuto non poco. Questo ambiente purtroppo rimane molto chiuso e pieno di luoghi comuni ma ciò non basta a spiegare il vuoto che lei ha avuto intorno dopo il disastroso epilogo del Mondiale in Nuova Zelanda. Le ragioni sono più profonde e hanno a che fare con qualcos’altro. Forse il suo impegno su temi politici, sul ruolo della donna, esprimendosi sempre in maniera diretta e chiara a favore dei diritti hanno dato tanto, ma tanto, fastidio".
Ma perché avrebbero dovuto?
"Per quello che le dicevo prima: per il fatto che in Italia l’emancipazione della donna non è agli stessi livelli di quella di altri paesi".
Torniamo a lei. Vorrei farla tornare un po’ indietro. Quand’è che ha deciso che sarebbe diventata una calciatrice?
"È una domanda a cui non saprei rispondere. Non è una decisione arrivata in un determinato momento, è qualcosa di inspiegabile. Il calcio è stata la mia passione da sempre. È entrato nella mia vita con naturalezza e non saprei dirle nemmeno quando e come. Conservo ancora delle foto di quando ero piccola con il pallone tra i piedi sul terrazzo di casa, è stato il mio primo campetto. Mio fratello anche giocava, in casa c’era sempre un pallone che rimbalzava. Poi sono entrata in una squadra e da lì il percorso dalla Serie C alla A fino alla Nazionale senza mai avere alcun tipo di ambizione. Andavo allo stadio sia a vedere la Lazio, di cui sono tifosa, sia la Roma di Liedholm, allenatore incredibile, e di Falcao che è stato decisivo per me. E poi ancora partite, partite e partite. E per non farmi mancare nulla seguivo quelle che potevo in televisione, le trasmissioni che parlavano di calcio e persino quelle radiofoniche. L’unico termine per definire tutto ciò è letteralmente “malattia”. Ma una malattia bellissima oserei dire".
E com’è stato il passaggio di ruolo da giocatrice ad allenatrice?
"Mi sono ritirata a quarant’anni. Ero alla Reggiana. Finché ho potuto ho voluto giocare. Ho iniziato ad allenare in una scuola calcio maschile. Prima i piccoli amici, poi gli allievi. Allenare i bambini è meraviglioso ed è il livello più alto e complesso in assoluto. Preservano la gioia del voler giocare che rimane il centro di tutto per loro. Fu Betti Vignotto a chiedermi di allenare le ragazze della Reggiana. Ho vinto tre “panchine d’argento” grazie ai voti dei miei colleghi. Forse apprezzavano il gioco che la squadra esprimeva. Il gruppo che ho allenato ha vinto due campionati e una coppa Emilia in sei anni. Non pochi direi, quindi anche i risultati arrivavano, ma anche quando non succedeva le ragazze che guidavo giocavano bene. Non concepisco di vedere une brutta partita, neanche in televisione. Se capita cambio canale. La bellezza nel calcio non è solo una questione estetica di gioco ma per me ha un valore etico".
Se la chiamasse un club di Serie A attuale accetterebbe di andarci?
"No. Ho chiuso il mio percorso a Sassuolo per mia scelta. Arriva un momento nella vita in cui avverti il bisogno di fare altro. Per lavorare bene ho bisogno di sentirmi tale con me stessa, e nel mio ultimo anno ho capito che stavano cambiando cose nel calcio femminile in cui io non mi riconoscevo più. Non era più il mio modo di fare sport. Dopo Sassuolo ho accettato con contratto a termine per fare la terza assistente di Milena, solo per poco tempo, perché non potevo dire di no a lei e alla Nazionale. Mi sembrava il giusto coronamento della mia carriera, una sorta di chiusura di un cerchio. Ma sapevo bene che dopo quel breve periodo avrei smesso di allenare. Ho cercato di fare del mio meglio, ma entrare in un ambiente così complesso per un breve periodo e senza conoscere le dinamiche nel tempo non è affatto semplice. Ho fatto fatica e ho avuto tante difficoltà, ma ho vissuto nel bene in Francia e nel male in Nuova Zelanda due esperienze diverse e di crescita personale. Ero l’unica all’interno dell’ambiente che aveva fatto già due mondiali - come giocatrice ovviamente -, perché l’Italia mancava dalla competizione da vent’anni anni e Milena, chiamandomi nel suo staff, pensava che la mia esperienza in certe situazioni sarebbe potuta essere utile. Ma non credo di essere riuscita a dare il mio contributo. Sono dovuta entrare in punta di piedi in un ambiente che non conoscevo".
La Nazionale Femminile è in corsa per il terzo mondiale consecutivo. Pensa che ci arriverà?
"Spero per loro e per il movimento che possano andare al mondiale. Non è facile raggiungere la fase finale di un Mondiale e non può mai essere data per scontata. La competizione ha raggiunto un livello altissimo ma secondo me l’Italia ha buone chance per arrivare al traguardo. Ho conosciuto Soncin perché abbiamo fatto il corso Uefa A insieme. Mi è parso preparato, una persona perbene e sensibile. Quella giusta al momento giusto. Con il suo ingresso è successo esattamente quello che è successo con Milena nel dopo Cabrini. Dopo eventi negativi generalmente il gruppo in toto dirigenti, staff e squadra tendono ad essere più compatti, uniti e motivati".
Perché?
"Ad un certo punto non ci sono più alibi e ognuno è quasi “costretto “a fare i conti con se stesso e a dare il meglio di sé in disponibilità con gli altri. La cosa difficile è mantenere tutto questa umiltà e senso d’insieme nel lungo periodo. Soncin sta lavorando bene, così come aveva fatto anche Milena. Ma la gente ha la memoria corta e quando le cose vanno male preferisce sparare a zero sugli altri senza assumersi le proprie responsabilità. É un modo comune alla maggior parte delle persone, purtroppo. Dopo l’uscita di Cabrini l’ambiente andava ricompattato e unito per far meglio. Nel bene e nel male tutto quello che si raggiunge lo si fa insieme e se c’è unità arrivano i risultati. Servono fiducia e forti motivazioni, quando queste mancano, le cose smettono di funzionare. In Italia si demonizzano e si esaltano le persone senza il senso della complessità che c’è dietro una partita di calcio e dei risultati che possono o non possono arrivare. Soncin ha trovato una situazione simile quando è stato nominato CT azzurro ed ha lavorato ottimamente per ricompattare il gruppo. Oggi vedo una squadra molto unita e prefissata sull’obiettivo finale. Cosa che invece non ho visto quando eravamo in Nuova Zelanda. E forse questa è al momento la grande differenza".
In Italia mancano le infrastrutture. Poi però c’è il Viola Park. Cosa pensa degli investimenti effettuati dalla Fiorentina negli ultimi anni?
"Il centro sportivo viola ce lo invidiano in tutta Europa. Qualcosa di straordinario e lo dico avendolo visto solo dalle foto senza mai esserci stata a visitarlo. Costruire un posto del genere significa avere una casa che ti permette di avere prospettive incredibili. La società ha fatto grossi investimenti anche nel femminile, in un movimento in cui sono stati i primi a credere. Sauro Fattori è stato determinante nel far partire il progetto femminile. Il Presidente Rocco Commisso ha poi portato avanti con impegno e determinazione costante il calcio femminile a Firenze. E spero che lo stesso faccia il figlio Joseph. È una realtà consolidata ormai. Quest’anno sono arrivate quarte, ad un posto dalla Champions League. Spero che nei prossimi anni raggiungano i risultati che meritano".
Anche la Lazio sta provando a costruire qualcosa di importante nel femminile e hanno una struttura preziosa come Formello. Cosa ne pensa?
"La squadra ha un ottimo organico e un ottimo allenatore che fa giocare bene le ragazze. Formello ha delle potenzialità simili al Viola Park. Da laziale mi consenta una battuta: Lotito ha più successo nel femminile che nel maschile (ride ndr). La Lazio viene da una lunghissima tradizione in questo ramo sportivo. Alla fine degli anni Ottanta era la squadra più vincente in Italia e aveva un settore giovanile di altissimo livello. Ha avuto allenatori di grande spessore, come il già citato Guenza, ma anche Ferruccio Mazzola. Per quegli anni queste persone erano un lusso. Seguo anche la Lazio Femminile con grande affetto e le auguro di rivincere lo scudetto nei prossimi anni. Per quello che stanno facendo sembrano sulla buona strada. Poi la rivalità e la concorrenza della Roma, che oggi nel femminile è una realtà assoluta, può contribuire ad alzare l’asticella per fare sempre meglio".
In chiusura le chiedo che cosa pensa accadrà al calcio femminile nei prossimi anni?
"Abbiamo avuto un momento di forte ascesa, ma ora ci siamo fermati. Non vedo un reale interesse nel farlo crescere. L’immagine è diventata più importante della sostanza. Vedo più personaggi che persone di spessore. Il calcio femminile deve essere qualcosa in cui si crede veramente, con investimenti e idee in prospettiva futura. Farlo crescere significa averne Cura!".
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