Michelotti settore iGaming: "De Gea sposta le quote senza neanche toccare il pallone"
Lo scorso 16 marzo è entrato in vigore il PSQF 5.0, la nuova versione del protocollo tecnico con cui l'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli regola il dialogo tra concessionari e Totalizzatore Nazionale per le scommesse a quota fissa. Una riforma meno visibile al pubblico ma rilevantissima sul piano operativo: ogni giocata viaggia ora verso ADM con l'indirizzo IP del giocatore e il saldo reale del conto, i concessionari verificano in tempo reale l'integrità del proprio software e un ping al minuto conferma l'operatività dei sistemi. In parallelo, la corsa alla presidenza FIGC del prossimo 22 giugno ha rimesso il betting al centro del dibattito politico: sia Giovanni Malagò che Giancarlo Abete hanno proposto di ripensare il rapporto tra scommesse e calcio italiano, ipotizzando una quota dei ricavi del settore destinata alla base del movimento.
Per fare il punto abbiamo intervistato Denis Michelotti, direttore di Sitiscommesse.com, tra le voci italiane del settore iGaming, con un Master in Sport Management all'Università di San Marino e un percorso professionale che passa da Gracenote e Sky Italia. Gli abbiamo chiesto cosa cambia davvero per il tifoso, e in particolare per chi segue una Fiorentina che in questa stagione ha messo a dura prova quote e pronostici.
Dal 16 marzo è entrato in vigore il nuovo protocollo PSQF 5.0: cosa cambia concretamente per chi segue il calcio?
"Il PSQF è il protocollo con cui ADM detta le regole di comunicazione tra concessionari e sistema centrale per le scommesse a quota fissa, e la 5.0 è un passo importante. Le novità principali sono due: ADM riceve ora in tempo reale dati granulari su ogni singola giocata, come l'indirizzo IP del giocatore e il saldo del conto, e verifica di continuo che il software in produzione presso i concessionari sia esattamente quello certificato. Per chi segue il calcio significa quote che si muovono in modo più reattivo, meno sospensioni "tecniche" e una tracciabilità molto più fine di ogni singola giocata".
Con sistemi sempre più aggiornati in tempo reale, le quote sono oggi più “fedeli” alla partita?
"Più fedeli sì, nel senso che rispondono prima agli eventi di campo. Faccio una premessa: io non sono un quotista, osservo i mercati da direttore editoriale. Detto questo, oggi un'espulsione, un cambio di formazione, un infortunio in riscaldamento si riflettono nelle quote quasi istantaneamente. L'imprevedibilità resta, ed è proprio quella a rendere il calcio unico. Diciamo che oggi la quota è una fotografia molto più aggiornata di prima, ma la partita vera si gioca sul campo, non sulle lavagne".
La Fiorentina è spesso una squadra difficile da leggere anche per numeri e statistiche: vale lo stesso per le quote?
"Vale lo stesso, sì. La stagione ne sta offrendo diversi esempi: basta leggere le pagelle di Lecce-Fiorentina per vedere come spesso il peso della partita lo abbiano portato giocatori diversi rispetto a quelli che la vigilia indicava. Quando una squadra cambia volto match dopo match, gli operatori tengono le quote aperte più a lungo e le aggiornano più spesso in avvicinamento al fischio d'inizio. La Fiorentina di Vanoli ha mostrato una forte variabilità di rendimento dei singoli, ed è un fattore che i bookmaker gestiscono con più prudenza".
Una squadra impegnata spesso su più fronti, come i Viola in Europa, quanto diventa complessa da valutare?
"Molto complessa. Una squadra che gioca tre partite ogni due settimane affronta rotazioni, stress muscolare, fasce orarie diverse. I modelli statistici dei bookmaker devono tenere conto della fatica accumulata e del turnover, e questo abbassa la confidenza delle previsioni sul singolo match. Con la Conference League in corso il carico per i Viola è tangibile, e chi segue le quote se ne accorge subito: i range si allargano".
Ci sono giocatori viola che oggi “spostano” davvero le analisi?
"Sì, e in questa fase sono soprattutto Albert Gudmundsson e David De Gea. Gudmundsson è centrale nei mercati marcatori e assist: quando gioca ai suoi standard, gli operatori abbassano la sua quota di partecipazione al gol, ed è una delle giocate più seguite. De Gea, sul fronte opposto, pesa sui mercati under e clean sheet: un portiere del suo livello incide sulle linee anche solo con la sua presenza in campo. Aggiungerei Rolando Mandragora, che non cambia le quote in senso stretto ma ne influenza il contesto: la sua presenza cambia il ritmo della squadra, e chi segue le partite se ne accorge".
Con quote e statistiche sempre più precise, si riduce il margine di sorpresa? O l'imprevedibilità del calcio la fa sempre da padrona?
"L'imprevedibilità resta, e per fortuna. I modelli diventano più accurati, certo, ma il margine di sorpresa non si annulla: si sposta. Oggi non ci stupisce più la vittoria della cenerentola con pronostico secco, ci stupisce la dinamica con cui ci si arriva. E chi ama il calcio lo sa: l'irrazionale di una Coppa, di una serata di Conference, di un derby, non lo predici con un algoritmo. Quello che possiamo fare è capire meglio il contesto: per questo nel nostro comparatore di quote confrontiamo live cosa pensano gli operatori della stessa partita, ed è spesso lì che emerge la distanza tra quello che i numeri riescono a raccontare e quello che sfugge".
Le nuove norme su bonus e quote errate vanno nella direzione giusta?
"Vanno in una direzione condivisibile. Il PSQF 5.0 mette ordine su errori di quota e sulla gestione delle vincite in modo più standardizzato, e introduce nuove regole sulla trasmissione in tempo reale del saldo conto al netto dei bonus giocati. È un passo avanti in chiave di chiarezza, cioè quello che l'utente chiedeva da tempo: sapere esattamente cosa succede quando qualcosa va storto".
È davvero più tutelato oggi l'utente rispetto al passato?
"Più tutelato, sì. La compliance è più dura: i sistemi dei concessionari devono essere certificati da ADM, e oggi ogni giocata viaggia con l'indirizzo IP del giocatore e con il saldo del conto, mentre l'integrità del software in produzione è verificata in tempo reale. L'impalcatura regolamentare è più solida rispetto anche solo a cinque anni fa, ma il capitolo che mi sta più a cuore è un altro: quello dell'informazione consapevole. Nessun protocollo, da solo, può sostituire la consapevolezza di chi gioca. Per questo sono promotore di oltreilgioco.it, un progetto editoriale indipendente dedicato al gioco responsabile e alla prevenzione: perché regole e cultura devono camminare in parallelo".
Il rischio è che il mercato diventi troppo nelle mani dei grandi operatori?
"È un rischio concreto. Più aumenta la soglia tecnica, più le piccole realtà faticano a stare al passo: è un fenomeno che osserviamo in molti mercati regolati. Dall'altra parte, un quadro normativo forte è anche la precondizione per un'offerta affidabile, e spesso serve una certa massa critica per garantirla. Il punto di equilibrio lo troveranno i prossimi dodici mesi, con le certificazioni e la loro applicazione concreta".
Il calcio sta diventando sempre più una questione di dati: si perderà qualcosa a livello di emozione?
"Non credo si perderà, perché i dati spiegano il calcio dopo che il calcio è successo, non al contrario. L'emozione non sta nel numero, sta nel rumore dello stadio, nel gol all'ultimo minuto, nel giocatore che non avresti scelto e che ti rovina o ti salva la serata".
Oggi per capire una partita: contano di più i numeri o resta decisivo l'occhio dell'esperto?
"Contano entrambi, in momenti diversi. Il numero serve prima, per filtrare ipotesi e scegliere dove guardare. L'occhio serve durante, per vedere dettagli che nessun dato cattura ancora: una postura, una ferita, una tensione nello spogliatoio. Chi racconta bene il calcio è quello che mette insieme le due cose senza affezionarsi a nessuna".
Le prossime elezioni FIGC sembrano riportare al centro il tema delle scommesse: perché questo settore è diventato così strategico per il calcio italiano?
"Perché le scommesse sono diventate, per il calcio italiano, una delle poche leve di finanziamento davvero grandi rimaste disponibili. Sia il programma di Malagò che quello di Abete propongono, pur con accenti diversi, di ripensare il rapporto tra settore betting e risorse del movimento, inclusi giovanili e infrastrutture. In un sistema che fa fatica a stare in piedi con i soli diritti TV, è comprensibile che il tema torni strategico".
Nel programma di Giovanni Malagò si parla di abolire il divieto di pubblicità sul betting: sarebbe davvero un punto di svolta per il sistema?
"È un dibattito che in questo momento è più politico che tecnico. Il Decreto Dignità del 2018 è pienamente in vigore, un emendamento in Legge di Bilancio è stato escluso dal voto, e il Consiglio di Stato ha rinviato la questione alla Corte di Giustizia europea: la sentenza è attesa nella seconda metà del 2026. Da osservatore del settore dico che ogni discussione seria dovrebbe partire dalla tutela del consumatore e dal gioco responsabile, prima ancora che dalle logiche di sponsorship e di ricavi, e guardare all'esperienza di altri Paesi europei. Senza questi pilastri, qualsiasi riforma rischia di essere percepita come uno scambio, e non come un progetto".
Si discute della possibilità di destinare una quota dei ricavi delle scommesse al calcio: è una soluzione sostenibile o rischia di creare dipendenza economica?
"Non è di per sé una cattiva idea, ma servono paletti. Una quota dei ricavi dalle scommesse destinata al calcio è un modello già sperimentato altrove, basti pensare al Regno Unito con la Football Foundation. Funziona quando il canale di destinazione è trasparente, vincolato e rendicontato. Se invece le risorse finissero in un calderone generico ci sarebbe un concreto rischio di dispersione".
In concreto, queste risorse potrebbero davvero aiutare settori giovanili e infrastrutture, oppure il rischio è che si disperdano?
"Potrebbero, a patto che il flusso sia vincolato: una parte obbligatoria alle giovanili, una parte alle strutture, una parte al calcio femminile. Sulla carta è semplice, nei fatti è questione di governance. La FIGC è l'ente che dovrebbe presidiare la cinghia di trasmissione, e il nuovo presidente arriverà con un mandato politico piuttosto chiaro su questo punto".
Dal punto di vista regolatorio, l'Italia è pronta a gestire un ritorno più forte del betting nel calcio?
"Dal punto di vista dell'infrastruttura, sì. Il PSQF 5.0, la tracciabilità, l'impianto di concessioni ADM sono tra i più strutturati in Europa. La parte che resta delicata è quella comunicativa, dove convivono un divieto molto largo come il Decreto Dignità e un mercato che comunque circola attraverso sponsorizzazioni indirette, piattaforme streaming, contenuti social. Lì c'è un pezzo di regole che andrà riscritto, a prescindere dall'orientamento politico che vincerà".
Il calcio italiano rischia di restare indietro rispetto ad altri Paesi anche su questo fronte?
"Se guardiamo Regno Unito, Spagna, Francia, ognuno ha tentato una sua risposta, non sempre riuscita. Il Regno Unito ha stretto sulla pubblicità dopo anni di apertura quasi totale, la Spagna ha ridotto drasticamente gli sponsor di betting sulle maglie. L'Italia ha scelto presto la linea più restrittiva: era un modello d'avanguardia nel 2018, oggi rischia di apparire rigido e allo stesso tempo pieno di eccezioni di fatto. Non è tanto una questione di essere indietro, è una questione di coerenza".
Guardando ai prossimi anni, il sistema calcio italiano potrà fare a meno del contributo economico del settore betting?
"Difficilmente. Non solo in senso economico, ma anche culturale: scommesse, fantacalcio, analisi statistica sono entrati nella grammatica con cui il tifoso guarda la partita. Il compito di chi fa il nostro lavoro, e delle istituzioni, è trasformarlo in un'industria sana, che finanzi lo sport invece di prosciugarlo".
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