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Corvino: "Vi racconto di quando avevo paura e Toni mi tranquillizzò. Ecco com'è andato l'addio con i Commisso"

Corvino: "Vi racconto di quando avevo paura e Toni mi tranquillizzò. Ecco com'è andato l'addio con i Commisso"FirenzeViola.it
Oggi alle 14:15Copertina
di Lorenzo Della Giovampaola
fonte Intervista di Lorenzo Marucci
Intervista esclusiva dell'ex dirigente viola, Pantaleo Corvino, a Radio FirenzeViola, con aneddoti mai svelati sul recente passato e non solo

Nella marcia di avvicinamento al centenario della Fiorentina, su Radio FirenzeViola e sul canale 92, proseguono le interviste con i protagonisti della storia viola. Oggi è la volta del direttore sportivo Pantaleo Corvino che ripercorre i suoi 10 anni a Firenze. Queste le sue parole sull'inizio dell'esperienza alla Fiorentina: "Dovevo andare a vedere per conto del Lecce dei calciatori in Belgio e in quell'occasione mi chiamò Mencucci dicendomi che i Della Valle mi volevano a Firenze. Incontrai la proprietà e mi dissero che loro volevano scegliere il direttore dell'area tecnica in base a quello che aveva fatto e non per parole o consigli di amici"

Una delle prime mosse è stata quella dell'allenatore. Ha dovuto chiamare Guidolin perché aveva già scelto Prandelli? "Questa è una storia che mi fa tornare indietro con molto dispiacere. Comunicare a Guidolin che non sarebbe arrivato sulla panchina viola è stato un atto difficile. I Della Valle mi dissero che avevano già preso l'allenatore. Io con l'allenatore faccio come con la mia compagna, scelgo quella con cui ho più feeling. Loro mi chiesero di chiamare Guidolin, io lo feci dicendo al tecnico con dispiacere appunto che a differenza di quanto fatto dalla proprietà non l'avrei preso. Lui è stato sincero e mi disse "apprezzo la sincerità ma non ci sto a capire un ca**o". Io poi proposi il nome di Prandelli e partì l'avventura in viola con quattro stagioni, che se non ci fosse stata Calciopoli saremmo arrivati sempre in Champions League con addirittura un terzo posto. Ricordi bellissimi che credo siano rimasti anche nel cuore dei tifosi viola".

Sull'affare Toni: "Un grande colpo. Venivo da una società di provincia come il Lecce che non poteva spendere certe cifre. Io al Palermo offrii 18 milioni per Toni e Zaccardo, ma quest'ultimo non me lo diedero. I 10 milioni per Toni sono stati i miei primi spesi. Toni aveva anche 26 anni e mi chiedevo perché i top club non lo prendessero. Avevo quella paura di sbagliare ma anche il coraggio di volerla fare. Toni lo seguivo da tempo e avevo una visione completa su di lui. Quei 10 milioni però li volevo spendere senza sbagliare. Zamparini provò ad offririlo ai top club in Italia perché noi eravamo dirette concorrenti. Mi ricordo ancora il debutto in campionato contro la Sampdoria, entrò l'arbitro per fare la chiama, Toni era disteso sul corridoio con le gambe all'aria e io gli chiesi di fare gol per via delle cifra investita e lui mi disse "direttore tranquillo la faccio divertire" e poi segnò 31 gol e vinse la scarpa d'oro".

Cosa ricorda del periodo di Calciopoli? "Mi ricordo tanto di quel momento, eravamo come in sala travaglio, c'era di tutto in quei momenti. Quello che ricordo e che mi prendeva era che dovevamo ripartire con 19 punti di penalizzazione poi ridotti a 15. C'era anche un impegno con Toni per cederlo in caso di offerta importante. Arrivò e a malincuore facemmo una trattativa con l'Inter. Chiusi l'affare a Verona per 20 milioni con la firma già dell'Inter e mentre facevo il tutto Diego mi chiamò e mi disse di non firmare l'accordo. Poi ricordo anche che Diego non sarebbe più stato venduto e sarebbe rimasto a Firenze. Il ragazzo e il procuratore rimasero male perché anche per loro era un'offerta economicamente importante. Facemmo un accordo però promettendo di cederlo l'anno successivo a meno di 25 milioni".

E l'arrivo di Mutu? "L'affare Mutu è stata una mia idea che quando la dissi a Prandelli fece fatica a capirla. Avevamo Bojinov che scalpitava. Mi venne l'idea, con la Juve in B di offrire Bojinov ai bianconeri e prendere Mutu. Formammo una coppia straordinaria con Toni, e poi venduto Toni prendemmo Gilardino. Alle 11 di sera mi chiamò Marotta con Paratici per chiedermi Pazzini che io avevo già promesso al Bologna. Loro in inverno vennero a casa mia e riuscì ad accontentare loro e il Bologna dando Pazzini alla Samp e Osvaldo al Bologna".

Nel gennaio del 2007 portò Kuzmanovic dal Palermo e venne definito sciacallo: "Si, perché Zamparini quando ero a Lecce voleva che gli cedessi Cehvanton, l'affare non si fece perché ritardò tanto nel prenderlo e io lo diedi al Monaco per 10 milioni. Lui rimase male ma la trattaiva era andata troppo per le lunghe. Voleva anche Stovini che però non voleva andare a Palermo ma che voleva andare alla Fiorentina. Zamparini gli offrì anche un bel contratto, alla fine i viola non lo presero e lui rimase a Lecce. Qunando puntai Kuzmanovic il Basilea società ricca non voleva cederlo. Il procuratore però era mio amico stretto, gli avevo fatto da padrino al matrimonio. Aspettammo gli ultimi giorni per far abbassare il prezzo. Nel mentre Zamparini andò a Basilea e trovò il si della presidentessa ma non del ragazzo che era già arrivato a Milano per firmare con noi. Zamparini mi diede dello sciacallo pensando che ci eravamo inseriti all'ultimo ma in realtà la trattativa andava avanti da tempo senza mai far uscire il nome.

Su Lobont e la definizione di "gatto": "Noi avevamo Frey ma come secondo serviva un giocatore che lo stimolasse. Infatti oggi Frey quando parla con me non è molto carino ma lo capisco. Un anno gli misi 94 mila euro di multa. Una stagione con Lobont e Neto l'allenatore preferì Neto e lui andò in Turchia. A me i portieri piacciono sopra il metro e novanta. Con Lobont feci un'eccezione e vista la struttura non elevata lo soprannominai gatto e ancora oggi quando ci sentiamo si presenta ancora così".

Che ricordi ha della Champions League: "La qualificazione in Champions arrivò al termine di una stagione straordinaria. Nel girone l'anno successivo poi arrivammo primi, davanti al Lione di Benzema e al Liverpool che battemmo sia in casa nostra che ad Anfield. Poi fummo eliminati con il Bayern, mia figlia a casa tirò un calio al muro in cartongesso che ancora oggi è rimasta così e sopra ci hanno aggiunto la data. Io al gol di Klose in fuorigioco apsotrofai in ogni modo, sapevo che il danno era irreparabile. Al ritorno la partita fu straordinaria. Vincevamo con due gol di scarto e poi arrivò quel super gol di Robben, Frey non riuscì a prenderlo perché era fatto troppo bene".

Cosa si sente di dire invece sul caso Montolivo? "La narrazione è stata diversa dalla realtà. Le mie non vengono ascoltate sono ritenute più vere quelle degli altri, è un mio difetto e un pregio degli altri. Io a Montolivo proposi un nuovo contratto a due anni e mezzo dalla scadenza, accettando le condizioni ultime a un anno e mezzo dalla scadenza per firmare il contratto a 2 milioni di euro netti che nessuno a Firenze prendeva. Lui mi disse, ora c'è l'Europeo poi ci sentiamo e io da li non li ho più sentiti ed è iniziata la narrazione alterata che mi ha fatto tanto male perché arrivava da persone che io stimavo. Alla fine però quando ci sono di mezzo certi interessi anche alcuni rapporti si guastano. Pallavicino è un ragazzo che ho sempre stiamto e lui pure. Branchini ci siamo risentiti e ci siamo capiti ma allora ci sono state narrazioni alterate. Se uno non vuole restare basta che lo dica".

Sulla fine dell'avventura di Prandelli a Firenze: "Anche li le narrazioni hanno un loro peso, nell'alterare quella che è la verità. Ancora oggi se uno mi ascolta può dire il contrario e si crea una narrazione che manda in difficoltà il tifoso. In questo caso io fui fino ad un certo punto spettatore. Io non sapevo di nessun contatto di Cesare con la Juventus, anche perché nel caso oltre alla sua famiglia sarei dovuto essere il primo a saperlo. Poi mi chiamò Diego e mi disse di andare a Milano. Li lui mi disse "Lo sa che il suo allenatore si è incontrato con quelli della Juve?" Io gli dissi che non sapevo nulla e che mi sarei informato. Io arrivai in tempo a Firenze per l'allenamento e al campo chiesi a Prandelli cosa c'era di vero. Lui mi disse che non c'era nulla di vero ma io credetti più a Diego perché immaginavo che fosse stato imbeccato da amici all'interno della Juve. Poi però si creò una narrativa diversa, il tifo si schierò con Prandelli e Diego diede le dimissioni. Da lì in poi si passo in autofinanziamento con la società e iniziò un altro percorso. Con Prandelli alle volte ovviamente ho litigato come succede tra marito e moglie, per esempio lui preferiva uno più esperto a Jovetic e in una riunione quando me lo disse io diedi un pugno su un tavolo. Alla fine però si trovava sempre la soluzione migliore".

Com'è stato l'addio nel 2012 alla Fiorentina e poi il conseguente ritorno dopo qualche anno? "Il rapporto non si è mai sfilacciato. Io andai via dopo la partita contro l'Udinese, con mia madre che era all'ospedale in una fase di coma. La società sapeva già del mio addio. In mia assenza la squadra fece risultati negativi e la società prese la decisione di mandarmi via ma era tutto legato al fatto della mia assenza per le condizioni di mia madre".

Sulla tragedia della morte di Astori: "Io purtroppo ho vissuto due situazioni così, l'ultima a Lecce e la prima con Davide. Era una domenica e io stavo uscendo la mattina presto per vedere una partita fuori con l'aereo. Mentre esco di casa mi arriva una telefonata dal ritiro e non ci credevo. Chiusi il telefono e feci in modo che la cosa non uscisse visto che ero stato il primo ad essere avvertito. Pensai alla famiglia e chiamai mia figlia per andare a casa di Astori e avvisarla. Poi chiamai il procuratore che non ci credeva. Li la cosa importante era tenere la lucidità per non far uscire la notizia. Quella settimana doveva firmare il prolungamento, avevamo già l'accordo. Lui e Graziano me li porto con me, Davide era un ragazzo straordinario, era come un figlio. Sono state due morti uguali e due cose che mi porto dentro. 

Con Commisso presidente c'è mai stata la possibilità di restare a Firenze? "Anche qui la narrazione è stata distorta. Nella mia ultima partita usciva una notizia sul Corriere dello Sport di un giornalista che mi chiamava sempre prima dei Mondiali per fare la formazione con le rivelazioni. Da lui uscivano le notizie sulla Fiorentina in vendita ma io non gli davo peso. La stagione appena conclusa eravamo arrivati in semifinale di Coppa Italia e a marzo giocavamo a Bergamo con l'Atalanta. Li lessi per la prima volta la notizia di una cessione. Poi all'ultima con il Genoa uscì di nuovo questa notizia. Il sabato alla viglia della partita venne a trovarci Diego e parlammo di quello che c'era da fare per migliorare. Tutto ciò non mi faceva pensare ad una cessione dopo due giorni. La domenica poi sul giornale leggo di nuovo la notizia sul giornale, chiedo a Diego e lui mi disse di pensare alla squadra da fare l'anno prossimo. Finisce la partita con il Genoa e il lunedì mattina su Sky vedo che ci sono emissare del gruppo Commisso che stanno andando a chiudere l'acquisizione. Li rimasi male perché Diego era stato sempre sincero con me. Mi meravigliai del perché non mi avesse detto la verità. Lui si giustificò diceno che la sua azienda era quotata in borsa e aveva paura che la notizia potesse uscire. Io rimasi male e andai in sede a prendere i quadri che avevo li. Mi chiesi come potevo rimanere a Firenze con un'altra famiglia. Andai a casa e non fui chiamato dai Commisso inizialmente. Poi mi chiamò Barone e mi chiese di andare a Firenze, lui per telefono mi disse "Abbiamo amici in comune che mi hanno parlato bene di lei insieme faremo una bella coppia". Io gli dissi che venivo a Firenze con tre anni ancora di contratto che avrei preso stando anche a casa. Io gli dissi che ero legato alla famiglia Della Valle e che sarei stato di disturbo. Chiesi di trovare un accordo per andare via così da permettergli di trovare un manager loro e non dei Della Valle. Lui mi disse comunque di venire a Firenze e io andai. All'incontro trovai l'avvocato Covelli. Iniziammo a discutere su quanto era giusto prendere per andare via. Mi furono proposti sei mesi di contratto per andare via visto che io insistevo. Io cheis un anno e iniziò la trattativa. La cosa che mi disturbò è che la dottoressa Covelli mi chiese di accettare i sei mesi visto che io avevo anche abbandonato il posto di lavoro portando via i quadri. Per me però era stato giusto fare così, non era un abbandono, nel mentre mi chiamò mio figlio dicendomi di accettare. La sera vennero a casa mia e io firmai per i sei mesi. Poi è uscito fuori di urla e grida ma questa è la verità".