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Nessun uomo è un'isola, neanche Moise Kean

Nessun uomo è un'isola, neanche Moise KeanFirenzeViola.it
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mercoledì 1 gennaio 2025, 17:00Copertina
di Alessandro Di Nardo

Il 2025 di Moise Kean si è chiuso lontano dal Viola Park: una fuga autorizzata per motivi familiari, arrivata nel momento più difficile nei suoi diciotto mesi a Firenze. Se ci fosse un sondaggio di gradimento per i tifosi viola, adesso saremmo ai minimi storici per Kmb. L'attaccante coi dread, quello che era stato paragonato incautamente a Gabriel Omar Batistuta per movenze e arroganza atletica, adesso sembra tutt'altro che il re leone, anzi. Da inizio stagione, quella che doveva valere la consacrazione, è un gattone senza artigli. Sempre schizofrenico nei movimenti in campo, ma del tutto inefficace. 

Dove finisce la crisi della Fiorentina e inizia quella di Moise Kean? Difficile scindere i due elementi. I numeri stanno a testimoniare che ci sono due versioni di Kean ammirate a Firenze: il primo è quello delle 19 reti in campionato, 25 in stagione, del titolo di Mvp della Serie A per The Athletic, della clausola da 52 milioni di euro che faceva preoccupare il club, costretto quindi ad alzarla a 62 milioni, dei 4,5 milioni (bonus esclusi) all'anno, come da nuovo accordo, della maglia della Nazionale riconquistata, insomma un top player a tutto tondo; poi c'è invece la versione sbiadita, rappresentata al meglio dalla prova a tratti irritante fornita a Parma.

Un uomo solo al comando, ma nel senso negativo del termine, egoista fino al midollo e impreciso. Il paragone tra le due versioni è impietoso nelle prestazioni ma particolare nei numeri: 4 le reti messe a segno finora in campionato, dodici mesi fa erano già 9; la pericolosità offensiva di Kmb è più o meno la stessa della prima stagione a Firenze (l'anno scorso a questo punto del campionato aveva collezionato un xG di 11,2, ora è a 10), la differenza sta nella capacità di finalizzare. Ma torniamo sull'essenza di tutto, le prestazioni e i comportamenti (in campo), perché tutto quello che diventa tra media e tifosi il discorso attorno al classe 2000 può insegnarci qualcosa.

Perché, spogliato dei suoi gol, sono venuti fuori i suoi difetti: egoismo cronico sì, che si appoggia però probabilmente in generale su un'incapacità di associarsi ai compagni che è cronica; e sono venuti fuori gli atteggiamenti, l'attacco a testa bassa cancellando i compagni dal campo, i flex sui difensori dopo aver preso un calcio di punizione sulla trequarti, l'aura da 'bad-boy'. Perché la realtà è che Moise Kean è sempre il solito ed è questo. Era così anche quando segnava tre gol al Verona, quando 'giustiziava' Juventus e Inter, quando trascinava la Viola in Europa. Non ci sono differenze, cambia solo il rendimento sotto porta, che a sua volta è dovuto non solo a lui, ma da chi gli sta intorno. Un ex attaccante come Sauro Fattori ha sintetizzato al meglio tutto: "L'errore è stato anche credere che lui potesse far vincere le partite da solo, non era così nemmeno prima: lui è uno che ti aiuta a vincere, ma c'è la squadra dietro".

Kean diventa una forza della natura, immarcabile a tratti per il livello della Serie A odierna, soltanto in un determinato contesto - era l'habitat perfetto che gli aveva costruito attorno Raffaele Palladino, l'unico allenatore con cui Kean ha mantenuto sul campo quello che ha sempre promesso di poter diventare -. Solo che sono passati dieci anni dal suo debutto e di sistemi ad hoc al suo gioco ce ne son stati pochi: è il motivo per cui quella clausola giudicata così allettante in estate non ha suscitato interessi concreti di big europee. Ma non è troppo tardi per cambiare, neanche a 25 anni, soprattutto se all'orizzonte c'è un Mondiale da conquistare e una salvezza da rincorrere. Magari, questa volta, senza paraocchi, imparando una lezione da questo finale di 2025: nessun uomo è un isola, neanche Kmb.