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Capparella si racconta: “Sei anni viola tra gioco e crescita. L’esempio di Commisso guida il nostro lavoro. E ora mi ispiro a Zeman”

Capparella si racconta: “Sei anni viola tra gioco e crescita. L’esempio di Commisso guida il nostro lavoro. E ora mi ispiro a Zeman”
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di Andrea Giannattasio

Sei anni alla Fiorentina, una crescita costante e una visione chiara del calcio e dei giovaniMarco Capparella, allenatore della Fiorentina Under-18, si racconta a cuore aperto in un’intervista esclusiva a Radio FirenzeViola che attraversa il suo percorso umano e professionale, dalle esperienze da calciatore alle scelte da allenatore nel settore giovanile viola. Un racconto - concesso alla trasmissione "Made in viola", in onda tutti i sabati dalle 20 alle 21 - sincero e fatto di formazione, passione per il gioco e attenzione quotidiana allo sviluppo dei ragazzi, dentro e fuori dal campo.

Mister Capparella, siamo entrati nel suo sesto anno alla Fiorentina. Guardandosi indietro, che differenza c’è tra il Marco di allora e quello di oggi?
"Quando sono arrivato c’era tanta emozione, e c’è ancora oggi. È stata una crescita costante, soprattutto per i ragazzi che ho incontrato nel mio percorso. Il nostro compito è portarli il più in alto possibile, correggere le lacune e accompagnarli nella loro crescita. Vedere miglioramenti mese dopo mese è la soddisfazione più grande".

Lei è arrivato nel 2020, quando il Viola Park ancora non esisteva, e oggi lavora in una struttura d’eccellenza. Quanto ha inciso questo cambiamento sul suo lavoro?
"È stato un crescendo naturale. Il Viola Park ha rafforzato il senso di appartenenza: oggi il confronto tra allenatori è quotidiano, diretto. Prima era più complicato, eravamo distanti fisicamente e ci si vedeva solo nelle riunioni tecniche. Adesso condividiamo tutto, ed è chiaramente un valore enorme".

Impossibile, mister, non chiederle un ricordo del Presidente Commisso, che questo centro sportivo l'ha voluto con tutto se stesso...
"Un ricordo importante. Per me è stato quasi come un secondo padre. Dal primo giorno che l'ho conosciuto ho capito che si trattava di una persona fantastica. Quando tornava dall'America veniva sempre a cercarci per abbracciarci. Ricordo con piacere quando venne apposta a vedere la finale del Torneo di Viareggio, pur essendo arrivato poche ore prima dagli Stati Uniti: un vero signore".

Qual è l'eredita più bella che vi ha lasciato il Presidente?
"Intanto i suoi valori: l'umiltà prima di tutto e poi la voglia di credere nei ragazzi. Lui è partito dal nulla e ha creato un impero, lavorando per tutta la sua vita. È una persona che ci ha dato tanto e che ci mancherà ma con questo centro sportivo ci ha dato la possibilità di lavorare al meglio con i giovani".

Torniamo a parlare di lei: durante la carriera da calciatore ha cambiato molte squadre. Oggi è a Firenze da sei anni: cosa rappresenta per lei questa città?
"Sono romano solo di nascita, perché a sedici anni sono andato via e ho girato tutta l’Italia. Ho fatto tutte le categorie, sono arrivato in Serie A giovane ma non ancora pronto, e un problema di salute importante mi ha fermato a lungo. Quell’esperienza mi ha fatto crescere. Firenze oggi rappresenta stabilità, maturità e un progetto in cui mi riconosco".

Da allenatore, quanto è stato importante salire di categoria anno dopo anno, spesso con lo stesso gruppo di lavoro?
"È fondamentale. Ogni anno trovi situazioni nuove, ma costruisci empatia con i ragazzi e li accompagni anche attraverso gli errori. Il nostro obiettivo è far crescere loro. Il risultato è una conseguenza di ciò che esprimi in allenamento e del tipo di calcio che proponi".

Che idea di calcio prova a trasmettere ai suoi giocatori?
"Voglio vincere attraverso il gioco. Amo il calcio fatto di qualità, non di palloni buttati. Ai giovani serve libertà, soprattutto offensiva, per sviluppare tecnica e creatività. Io ero un numero 10, un giocatore estroso, e cerco di lasciare ai ragazzi quello spazio per esprimersi".

C’è un allenatore che più di altri l’ha segnata nel suo percorso?
"Zeman. L’ho avuto tardi, ed è un peccato. Mi ha insegnato i tempi di gioco, il movimento senza palla. Prima ero troppo legato alla palla, poi grazie a lui sono cambiato completamente. È stata una ripetizione quotidiana del gesto, fino a interiorizzarlo. È quello che provo a insegnare oggi ai ragazzi".

L’Under-18 è una categoria particolare, a metà strada tra Under-17 e Primavera. È anche più difficile da allenare?
"Sì, è una categoria delicata. L’anno scorso avevo un gruppo fortissimo che veniva da finali importanti e ha vissuto l’Under-18 come una bocciatura, perché non era stato chiamato in Primavera. C’è stato un calo mentale iniziale. Quest’anno invece ho un gruppo che ha sofferto di più in passato e ha grande voglia di crescere: mi stanno dando grandi soddisfazioni".

Siete reduci da una vittoria importante con il Sassuolo. È soddisfatto del percorso fatto finora?
"Sono soddisfatto soprattutto delle prestazioni. Abbiamo fatto partite di altissimo livello anche senza vincere, penso per esempio a quella casalinga persa con il Napoli. La sconfitta fa parte del gioco, ma se giochi bene la vittoria prima o poi arriva. Non ricordo partite in cui siamo stati messi sotto: abbiamo sempre giocato a viso aperto".

Oltre al gioco, quali valori ritiene fondamentali da trasmettere ai suoi calciatori?
"Accettare la sconfitta e saper gestire la vittoria. Vincere cambia l’umore di tutti, perdere pesa, ma è nella sconfitta che cresci davvero. Anche le finali perse fanno male, ma sono tappe fondamentali di un percorso".

Il Torneo di Viareggio per la Fiorentina ha un significato speciale. Che aspettative avete?
"È un torneo che per migliorarlo devi vincerlo. L’anno scorso siamo arrivati in finale, quest’anno cercheremo di fare il massimo. È difficile, ma ci metteremo tutto".

A livello di calciatori, chi l’ha ispirata di più quando giocava?
"Bruno Conti resta il mio riferimento. Poi Häßler, e più recentemente giocatori come Insigne e Mertens: i piccolini, quelli di fantasia, il calcio che sento più mio".

Che emozione è stata indossare la maglia numero 10 del Napoli?
"Una maglia bellissima ma pesantissima. A Napoli il 10 è solo Diego Armando Maradona, ed è giusto così. Ogni domenica dovevo darne due: una alla Curva A e una alla Curva B. Non riuscivo mai a portarla a casa".

I numeri 10 esistono ancora nel calcio moderno? Si possono coltivare nei settori giovanili?
"Sì, esistono ancora. Il calcio è cambiato, oggi è più fisico e tattico, ma i giocatori di qualità ci sono. Anche in Under-18 ne ho diversi e spero vivamente di farne crescere tanti".

Da ragazzo ha praticato altri sport oltre al calcio?
"Sì, ho fatto tennis e basket. Fare più sport da piccoli aiuta tantissimo la coordinazione. Io sono cresciuto con il calcio di strada, ore e ore sotto casa con la palla. È quello che oggi manca ai ragazzi: la tecnica di base".

Da qui nasce anche la sua scuola di tecnica individuale, la "K7". Come è nata questa idea?
"La K7 nasce nel 2015, eravamo tra i primi in Italia. L’idea era semplice: se esiste l’istruttore di tennis, perché non ci deve essere quello di calcio? All’inizio è stata dura, c’era diffidenza. Noi proponevamo la strada in campo, il gesto tecnico, la ripetizione. Io stesso a 38 anni sono migliorato tantissimo stando ore con la palla: ero diventato un fenomeno. Questo dimostra che si può crescere sempre: la volontà conta più del talento".

Guardando ai prossimi sei anni, dove si vede professionalmente?
"A me piace tantissimo il settore giovanile. La Primavera è il massimo obiettivo naturale, poi il calcio è imprevedibile. Per ora sono felicissimo qui: non ci fanno mancare niente, c’è un ambiente umano straordinario e un grazie va al direttore Angeloni e ai suoi collaboratori".

In questa stagione ha anche guidato la Primavera in Youth League, vincendo una partita europea. Che soddisfazione è stata?
"Una grandissima soddisfazione. La società mi ha dato questa opportunità e vincere in Europa è stato bellissimo. Peccato non aver passato il turno: ci è mancato un pizzico di qualità sotto porta, ma resta un’esperienza molto importante".