La fine di un viaggio chiamato “Sufference League”: la Fiorentina saluta l’Europa tra rimpianti e orgoglio. Ma adesso nuove ambizioni
Brava Fiorentina, nonostante tutto. Uscire dalla Conference dopo quattro anni quasi sempre col vento in poppa fa molto male, certo (specie ai titoli di coda di una stagione mai così amara e con il centenario ormai alle porte) ma se non altro il modo in cui i viola si sono congedati dal terzo torneo Uefa ha riconsegnato a Firenze una squadra battagliera. In grado, cioè, di sopperire al divario tecnico con il Crystal Palace e di mantenere accesa fino al 90’ il sogno - perché tale era - di arrivare ancora una volta tra le migliori quattro del torneo. E tutto questo i 21mila del Franchi lo hanno capito bene, visto che, oltre a un’accoglienza da brividi, il pubblico presente non ha mai smesso nemmeno per un istante di incitare la propria squadra durante la partita. E gli applausi finali sono stato il giusto tributo a un gruppo che, tra mille difficoltà, stavolta ha dimostrato davvero di aver dato tutto. Mancheranno, eccome se mancheranno, notti così. Anche perché, oltre al successo amaro portato a casa, la seconda gara contro gli inglesi ha confermato due cose: che gli uomini di Glasner erano tutt’altro che imbattibili e che il 3-0 patito all’andata è stato esiziale nell’ottica della qualificazione.
La partita tra montagne russe
Le scelte in partenza di Paolo Vanoli, del resto, erano parse tanto ambiziose quanto logiche: mettersi a specchio rispetto al modulo degli inglesi (3-4-2-1) e, soprattutto, spedire in campo giocatori con più gol nel sangue, ovvero Solomon e Gudmundsson all’interno di una trequarti completata da Harrison dietro Piccoli. E stavolta, in effetti, il divario tra le Eagles e i viola, nonostante il gol in avvio di Sarr, è parso molto meno evidente di quanto non avesse raccontato la sfida di sette giorni prima al Selhurst Park. Una differenza di valori tecnici che se in Inghilterra era parsa spropositata per la leggerezza con cui la Fiorentina aveva preparato (e affrontato) la partita, stavolta è stato annullata per larghi tratti di gara dalla furia agonistica con cui i viola - con un Fagioli e un Gosens al 50% e senza Kean e Dodo - hanno approcciato e gestito la gara, ribaltando il punteggio grazie a Gudmunsson su rigore e poi ad un siluro di Ndour. Un senso del dovere ammirevole che tuttavia, complice il pesante passivo di Londra, non è bastato.
Il bilancio di quattro anni
Dunque, dopo quattro edizioni, 51 partite (preliminari esclusi), due finali e una tonnellata di rimpianti, si è chiusa con ieri sera l’avventura della Fiorentina nella Conference League. Un torneo maledetto (chi l’aveva con ironia ribattezzata “Sufference” aveva fatto proprio bene…) iniziato nell’estate 2022 con Italiano in panchina e che, nonostante il blasone che i viola hanno portato sui campi di mezza Europa, ha garantito in definitiva più dolori che gioie, nonostante in almeno metà delle edizioni disputate la Fiorentina avesse avuto tutte le carte in regole per aggiudicarsi la coppa. Certo, a livello internazionale la Fiorentina ha accresciuto notevolmente il suo nome (il club dei Commisso è oggi al 24° posto nel ranking Uefa per club, quarta italiana dietro Inter, Roma e Atalanta e davanti alla Juventus) eppure è proprio da quello che ha lasciato in dote questo torneo che la proprietà viola dovrà d’ora in poi misurare la propria ambizione, cercando fin dalla prossima annata di allestire una squadra in grado di provare da subito ad andare oltre il 7° posto in classifica. Perché ieri la bolgia del Franchi, nonostante le risicate speranze in partenza, ha dimostrato ancora una volta di strameritarsi qualcosa di più di una salvezza e di un quarto di finale di una terza coppa europea.
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