ITALIANO, Qui per fare risultati: abbiamo qualità

01.08.2021 11:40 di Redazione FV Twitter:    vedi letture
ITALIANO, Qui per fare risultati: abbiamo qualità
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© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Vincenzo Italiano, tecnico della Fiorentina, ha parlato di se stesso e di molti argomenti interessanti ai canali ufficiali viola. Queste le sue dichiarazioni: "L’unica mia aspirazione è sempre stata quella di fare il calciatore, fin da quando ero bambino. Quindi anche se vivi e nasci al Sud, dove è molto difficile, penso che la grande passione, il grande amore che uno può avere per questo sport riesca a far ottenere l’impossibile. Vi garantisco che venire fuori dal paesino in Sicilia dove sono nato io è un qualcosa di straordinario. E’ un paesino vicino ad Agrigento, si chiama Ribera. Io sono solo il terzo, di tutta la storia, a diventare un calciatore professionista. La passione ti spinge a fare sacrifici. A 15 anni sono andato via di casa, a studiare lontano, vivere lontano dalla famiglia, abbandonare amicizie. Lasciare tutto quello che a quell’età pensi di non poter mai abbandonare. Quindi sono diventato un giocatore professionista. E’ stata una carriera bella, con tanti anni in A ed in B, e tante soddisfazioni. Nella zona dove sono cresciuto le difficoltà sono date dalle strutture, l’organizzazione. Di squadre professionistiche ce ne sono molte meno rispetto al Nord, così come le opportunità. Devi essere veramente 'malato', appassionato, avere grande amore per questo sport. E chiaramente le qualità le devi avere, quelle te le dà il Padre Eterno. Io personalmente sono riuscito a sfruttare le mie qualità. Sono stato anche fortunato ad avere un percorso in cui ho conosciuto anche allenatori che mi hanno cambiato. Per esempio, da ragazzino giocavo ala destra, mi piaceva andare sul fondo e crossare. Poi un giorno arrivò un allenatore e mi mise a fare il play. Pronti via, ci rimasi male, perché mi allontanò dalla porta, mi piaceva fare gol. Invece forse è stata la mossa vincente, perché da lì ho iniziato a mettermi in mostra, a farmi apprezzare, ad andare prima nelle giovanili del Trapani in C, poi nelle giovanili del Verona in Serie A, facendo il doppio salto, e poi iniziare questa carriera.Ho fatto undici anni nell’Hellas Verona, poi Chievo e Padova. Poi ho allenato ad Arzignano, poi in provincia di Padova nei dilettanti. Praticamente tutta la carriera in Veneto, e da siciliano mi sono trasformato in veneto. Mia moglie è di Verona, i miei figli sono nati a Verona. Durante il mio percorso ho sviluppato il richiamo a fare l’allenatore, grazie anche a tanti allenatori che mi hanno ispirato, e che mi hanno spinto a fare questa scelta. Poi piano piano ho iniziato, facendo negli anni una scalata incredibile, ottenendo vittorie in D, in C, in B ed in A, una dietro l’altra. Un percorso netto, completo, con poi la salvezza lo scorso anno con lo Spezia in Serie A, che ha chiuso questo cerchio di quattro anni fantastici. L’anno scorso ci davano tutti per retrocessi. E cosa abbiamo fatto? Un grande risultato. Ma se ti accontenti, come fai a fare questo lavoro? Non riesco a godermi tante cose, faccio fatica a dormire. Questo può essere il mio segreto, che sta facendo la differenza, insieme alla sicurezza nei propri mezzi. Qualche volta il mio staff o i giocatori sono soddisfatti, ma io gli rispondo che non va bene e che si deve fare meglio. Non mi accontento mai, sono malato di calcio".

Che cosa significa essere un allenatore?
"Sono stati quattro anni in quattro categorie diverse e con quattro gruppi diversi. Cambiare categoria ogni anno non è semplice: aumenta la qualità, aumenta la fisicità, aumentano le difficoltà. Riuscire ad ottenere questi risultati è difficile. Riparti sempre da zero, il gruppo è nuovo e devi inculcare le tue idee, il tuo pensiero, il tuo modo di essere. La parte più difficile per un allenatore è quella di cercare di portare le idee, convincere i calciatori a seguire la propria idea di calcio. Una volta ottenuto quello tutto diventa più semplice. E’ la cosa su cui bisogna perdere più tempo. Devi avere sempre una mentalità vincente, mai dare nulla per scontato, curare il dettaglio. Anche se ottieni qualche vittoria non devi mai cullarsi, perché è uno sport che ti castiga da un momento all’altro. Devi battere il ferro nel quotidiano. Almeno per quanto riguarda me, che sono un ex centrocampista, mi piace il gioco corale, mi piace la partecipazione di tutti, mi piace coinvolgere tutti. Condivido con i calciatori tutto quello che possono essere anche i problemi che nascono durante l’anno. Questo mi ha portato ad ottenere questi quattro risultati straordinari".

Ha l'ambizione e la voglia di vincere qualcosa?
"Ancora la fame di vincere ed ottenere risultati importanti c’è, e l’ho dimostrato anche accettando la sfida di Firenze, la sfida di allenare questa squadra che ho affrontato da avversario, che ha qualità, che è di altissimo livello in tanti componenti. Ha sei nazionali, di cui tre hanno vinto la Coppa America, uno ha vinto l’Europeo, Erick Pulgar col Cile, Christian Kouame con la Costa D’Avorio. C’è qualità e spero di tirarla fuori. Lavorare sul dettaglio è fondamentale. Il calcio è sempre in evoluzione. Ogni partita ti dà spunti, ogni partita qualche allenatore si inventa qualcosa. Nascono sempre strategie diverse, situazioni e sviluppi diversi. Quindi essendo un calcio che va forte e va veloce, uno deve stare sempre attento, deve aggiornarsi costantemente. Io guardo tante partite, prendo spunti da tutti, e riesco a modellare poi a mio piacimento qualche situazione. Questo penso che sia il segreto per rimanere sempre a un livello importante. L’innovazione nel calcio te la dettano anche i calciatori che vai ad allenare. Cresci di categoria, di ambizione, di livello rispetto alle squadre che alleni. I giocatori di qualità ti portano a modellare, ad aggiustare anche alcune idee che tu pensi siano inamovibili, siano dettami o principi fissi. Tanti giocatori ti permettono di diversificare, di essere innovativo su tanti punti di vista. Più qualità hai in una squadra, più si riesce ad esprimersi anche in maniera bella. Puoi anche cercare di divertire, ma chiaro che bisogna avere tanto equilibrio, perché ci sono le due fasi: quella difensiva e quella offensiva. Mai cercare di essere spavaldi. Se c’è qualcosa che deve regnare e che porta le vittorie, è la qualità in tutto ciò che si propone".

Quali sono le sue fonti di ispirazione?
"Negli ultimi anni come si fa a non nominare Guardiola? Per quello che ha fatto… Lo stesso Sarri negli ultimi tempi ha destato grande interesse, col Napoli e poi col Chelsea. Klopp, Luis Enrique… Il Barcellona, che ha un pensiero calcistico a prescindere dall’allenatore. Il Barcellona gioca sempre nello stesso modo: è un modo di ragionare che mi affascina, e sarebbe bello riproporlo in altri paesi. Zeman è sempre stato una fonte di ispirazione per molti allenatori, per il modo con cui attaccava, il modo con cui riusciva a mandare in gol le proprie squadre. Sono queste un pò le mie fonti di ispirazione, dato che il mio sistema è un sistema con tre attaccanti e tre centrocampisti. Sono questi gli allenatori che mi hanno ispirato, e penso che siano allenatori che possono dare tanto a chi vuole fare questo mestiere qua".

Come gestisce il gruppo e quanto è importante?
"Penso che ci debba sempre un giusto mix per quanto riguarda quello che ha da fare l’allenatore. Deve essere un gestore, deve essere un allenatore di campo, ogni tanto deve fare lo psicologo. Deve capire che è “il papà” di tutti i propri giocatori. Deve cercare di essere sempre disponibile, con qualcuno che viene a bussare e a chiedere una mano, un parere, un consiglio. Certo, i campioni hanno l’aspetto cognitivo più sviluppato, hanno una intelligenza calcistica più sviluppata, a livello tattico sono più svegli, sono più avanti sulle letture delle situazioni. Anche questo fa parte dell’essere campione. Non è solamente l’aspetto tecnico, la bravura, destro-sinistro, il dribbling, calciare, ma anche l’intelligenza che hanno. I campioni hanno nel loro cervello qualcosa in più".

Quanto è difficile gestire la pressione?
"Gestire la pressione fa parte dell’essere professionista, fa parte di ciò che circonda il calcio. Ad esempio, giocare senza spettatori è anomalo. Ci siamo adeguati, dovevamo andare in campo senza spettatori. Ma gli spalti pieni, il pubblico, la tifoseria locale e avversaria sono componenti che determinano anche i risultati. Possono mettere pressione sia alla squadra di casa che a quella ospite. Lo stadio pieno ti può trascinare anche ad ottenere dei risultati inaspettati, ma anche dare pressione ai propri giocatori. Possiamo dire tutto quello che vogliamo, ma i fischi i calciatori li sentono, così come li applausi. I calciatori sono esseri umani come tutti, però penso che abbiano uno sviluppato in maniera spiccata il fatto di isolarsi quando entrano in campo per quei 95 minuti, per pensare a quello che si deve fare, al lavoro che bisogna fare per vincere la partita. Ci sono quelli che non sentono niente, e altri che si fanno condizionare. Però uno che intraprende questo percorso, che vuole diventare un calciatore importante, sa che deve convivere con la pressione. Il fischio e l’applauso si sente, si sente tutto. Però personalmente non mi sono mai fatto condizionare, soprattutto nel momento della partita, nel momento in cui entri a fare quello che devi fare contro il tuo avversario. Una volta feci una battuta con una delle mie squadre. Andammo a giocare contro 23 mila spettatori, ma quei 23 mila spettatori stanno attorno al rettangolo di gioco, non vanno in campo. Quindi siamo undici contro undici, bisogna concentrarsi sul lavoro fatto per preparare quella partita e cercare di dare il massimo".

Che cosa ama fare nel tempo libero?
"Fare l’allenatore è un qualcosa che spesso è h24. Davvero. La differenza tra essere calciatore e allenatore è lì. Da calciatore al fischio finale di un allenamento puoi pensare alla tua vita privata, riesci ad avere del tempo libero. Ti compri un libro e te lo leggi, puoi farti una passeggiata, puoi fare una serata al cinema. Riesci a staccare totalmente, perché tanto il pensiero è compito dell’allenatore. Tu devi fare il tuo. Adesso che sono passato dall’altra parte, che sono allenatore, mi rendo conto che è un qualcosa di tanto complesso. Personalmente non riesco mai a staccare da quello che è preparare gli allenamenti, mettere a posto le situazioni che non vanno. Essere perfezionista certe volte è una malattia che non ti fa mai pensare ad altro. Sto sempre attaccato a quello che voglio andare a fare anche il giorno dopo in allenamento o durante la settimana. Sì, leggo qualche libro, ogni tanto vado al cinema, ma è un qualcosa di sporadico. Il pensiero va solo ed esclusivamente alla mia squadra, alla preparazione per arrivare alla domenica".

Quanti sacrifici e quante rinunce ha dovuto fare per arrivare a questi livelli?
"Quando inizi a fare il calciatore devi fare tante rinunce. Per forza. Dal cibo, alle uscite con gli amici, al fumo e l’alcol. Non puoi non essere al top, soprattutto a livello fisico. Devi avere sempre il peso corretto, mangiare bene, non bere male, riposare, dormire, evitare le serate. Tante volte quando gli amici suonavano per uscire, personalmente ho rifiutato milioni e milioni di inviti. Poi chiaramente da quando ho smesso di giocare qualche carbonara l’ho mangiata anche io. Ho mangiato qualche pizza in più. Qualche rinuncia che prima facevo non l’ho più fatta. E mi ritrovo dopo 10 anni con 10 chili in più. Ogni tanto una partitella la faccio, qualche tiro in porta a fine allenamento, ma capisco che il fisico non è più quello di una volta.  Ormai non mi serve più il fisico, mi serve la testa. E’ il cervello quello che deve funzionare".

Qual è il segreto per non mollare mai?
"Serve trovare le motivazioni, il giusto equilibrio, il giusto relax, scaricare le tensioni. Non ho mai avuto il bisogno di farmi aiutare da qualcuno, sono sempre riuscito a livello personale ad ottenere tutto, perché ci tenevo, era una sfida con me stesso, un duello con l’avversario. E ad ottenere questo equilibrio ci sono arrivato da solo".

Qual è il ruolo della comunicazione nel calcio?
"Tante cose nel calcio devono rimanere nelle quattro mura, negli spogliatoi, che devono essere risolto a quattr’occhi. Sono situazioni che non si possono rendere pubbliche. Una squadra di calcio è formata da tante teste, da tante situazioni. Ci sono problemi, ci sono gioie, ci sono momenti di difficoltà ed esaltazione. Quindi davanti alle telecamere delle volte si cerca di tenere alcune cose dentro, cercare di non esporsi al pubblico. C’è questa riservatezza, perché è vero si è ripetitivi alcune volte, ma tante cose non devono uscire".

Che cosa significa per lei allenare la Fiorentina?
"Devo ringraziare la società, Rocco Commisso, Joe Barone, Daniele Pradé. Mi hanno fortemente voluto. Questo per chi la pensa come me è troppo importante. Vuol dire che la gente ti stima, vuol dire che crede in te. Vuol dire che ha fiducia in te. Così la responsabilità uno se la prende volentieri, per cercare di ripagare tutto questo. Piano piano sto iniziando a conoscere tutti. Ho trovato un ambiente straordinario, un ambiente di livello. E’ una sfida che ho accettato perché penso che questa sia una squadra di qualità, ha tanti giocatori forti, giocatori che forse non hanno ancora espresso il proprio valore. E per me è una sfida. E’ una sfida con me stesso il cercare di ottenere qualcosa di importante. Mi auguro soddisfazioni da tutti i punti di vista. Nella crescita dei calciatori, migliorare quello che abbiamo fatto la scorsa stagione, a livello personale mio e per la Fiorentina. Da parte mia c’è tutto l’impegno possibile ed immaginabile. Ci metto il cuore. Come in tutte le squadre in cui sono stato. Sono qui per ottenere risultati".

Cosa si sente di dire ai tifosi viola?
"E’ la prima volta che vengo accolto così. Sono rimasto veramente stupito, anche alla presentazione. Sono stupito da quello che c’è stato a Moena: ogni giorno la tribuna piena per ogni allenamento, con gente appassionata, che segue con attenzione. Quando venivo a giocare contro la Fiorentina, era una sfida praticamente persa in partenza, per il blasone, per il livello dei calciatori, e mi auguro che noi si diventi quella squadra che faceva paura a me, che dimostrava il proprio valore sempre, ed è questo che voglio: creare un’identità forte, un gruppo unito, tutti per uno ed uno per tutti. Questo è sacro. Cercheremo di essere all’altezza della situazione”.