I DV HANNO DISPERSO ANCHE IL PATRIMONIO EMOTIVO DEL DOPO ASTORI. SEDICI ANNI SENZA SFORZARSI DI CAPIRE FIRENZE. L’ECLISSE DI DIEGO. LA JUVE NON MOLLA CHIESA. CORVINO INCARTATO CON PJACA TORNA SU SANSONE. E NON RIESCE A VENDERE GLI ESUBERI
Sono passati esattamente sedici anni da quando Diego Della Valle decise di entrare nel calcio e prendersi la Fiorentina dalle macerie del fallimento. Una vita fa. Sedici anni dopo, per dirla con il filosofo, siamo ancora qui a chiederci "chi siamo?" e "dove andiamo?".
Soprattutto siamo ancora qui a sfogliare quella famosa margherita per sapere se Della Valle e Firenze si amano o no. O se vogliamo essere meno romantici, il rapporto fra Della Valle e Firenze ci ricorda il lampeggiante delle famose barzellette sui carabinieri: "Ora sì, ora no", "Ora sì, ora no".
Peccato. E’ un rapporto che non è mai decollato. Non è mai diventato adulto. E lo dico con dispiacere, Firenze e i Della Valle non si prenderanno mai. Troppo elitari, snob, asettici e sempre politicamente corretti i Della Valle, troppo nazionalpopolare e passionale il calcio.
Come tipi, li vedrei meglio nel golf o nella vela, dove non c’è da sporcarsi le mani a impastare tutti i giorni la passione. E’ questo che, purtroppo, non hanno mai capito. Il calcio è come il pane, tutti i giorni va impastato, ci vanno messe le mani dentro, va rigirato e rigirato, messo in forno per farlo uscire più buono e più croccante del giorno prima. Bisogna sporcarsi. Il calcio è questo, una roba da mangiare tutti i giorni. E loro, invece, sono a dieta da un anno all’altro. Soprattutto Diego che vedo meglio fra cachemire e seta invece che fra maglie sudate e il becerume (lo dico simpaticamente) del calcio. Ma a noi e a Firenze quel becerume piace, in quel becerume da 92 anni nascono, crescono, si alimentano passioni e dedizione. O sei del calcio o non sei del calcio. O fai il pane e ti infarini o sei fuori.
I Della Valle sono sempre rimasti sulla porta del calcio e del forno. A volte sono entrati e si sono infarinati, altre hanno guardato con distacco e sospetto quel mondo che non gli appartiene.
Peccato. Quando si sono infarinati hanno fatto grandi cose. I tre quarti posti di pochi anni fa sono a testimoniarlo. Hanno portato a Firenze giocatori come Salah, Cuadrado, Mario Gomez, Pepito Rossi, Pizarro, Borja Valero, Joaquin, Aquilani, Gonzalo, Alonso e mi fermo con la lacrimuccia. Nel passato ci hanno fatto vedere Toni, Mutu, Gilardino, Vieri, Jovetic e non vado oltre… Lo riconosco, in quegli anni è stato grande calcio. Eppure anche allora la contestazione c’era, più o meno sotto la cenere a seconda di una vittoria e di una sconfitta. Li ho esaltati per il lavoro fatto, li ho difesi (anche se non ne avevano bisogno) prendendomi insulti e finendo fra i LeccaValle. Non lo sono, ma non rimpiango niente. In quelle stagioni hanno fatto bene calcio, l’hanno fatto perché sono bravi, imprenditori non ci si inventa, ma l’hanno fatto senza un propellente fondamentale, quello che ti consente di andare avanti contro tutto e tutti: la passione.
Lo scopriamo oggi. Questi giorni della modestia. Per qualcuno della tristezza. I Della Valle hanno fatto bene calcio per dimostrare le loro capacità, per prendere gli applausi, per sentirsi gratificati, quasi come fosse una sfida verso una città che hanno sempre sentito diffidente. Ma le sfide durano poco se non sono accompagnate, appunto, dalla passione personale, dall’interesse, dal coinvolgimento. E se ti fai condizionare da un coro sbagliatissimo (non ho mezze misure) o da atteggiamenti non comprensibili, vuol dire che non fai calcio per piacere di farlo, ma soltanto per ricevere in cambio qualcosa. E allora non hai capito il calcio. Chiedano non a me, ma a De Laurentiis (lo conoscono bene) contestato anche ieri dopo cose da Nobel del pallone o Berlusconi contestato dopo 27 trofei.
Se davvero ami una donna non vai alla ricerca delle rughe e dei difetti, la ami e basta. I Della Valle il calcio non lo amano, faticano a capirlo e a starci dentro. Lo soffrono.
Lo dico non perché io appartenga al gruppo sempre più numeroso (oltre il 50 per dento) dei "via Della Valle da Firenze", anzi, ma scrivo certe cose perché così non funziona. Non può funzionare.
Sono due anni e mezzo che Diego Della Valle ha deciso di non fare più calcio, di non investire, di tenere una squadra a pane e acqua dopo anni di caviale e champagne. Tenere il basso profilo nel posto dell’alto profilo, è una contraddizione insopportabile.
Non si sentono amati dalla città? E loro cosa fanno per farsi amare? Non basta garantire la gestione economicamente valida di una squadra importante senza il propellente di cui sopra. Il tifoso vuol godere, vuole emozionarsi, vuole partecipare, vuole vincere, ma va bene anche perdere se si lotta, se si combatte, se si fa calcio. L’indifferenza è mortale. A chi dice, attenti i Della Valle se ne possono andare, sapete cosa rispondono i tifosi veri: "Torneremo a Gubbio, godevamo di più".
E pensare che anche una tragedia assoluta come quella di Astori poteva essere e non è stata, fa ancora più male. Quella assurda disgrazia aveva ricompattato tutti, il cordone ombelicale s’era riallacciato. Una città, una tifoseria, una società e una squadra uniti hanno dimostrato come si può fare calcio a Firenze e cosa può nascere da una empatia.
Dopo quattro mesi siamo tornati alle solite. Diego sparito dopo due apparizioni al culmine di un dramma che li ha visti essere straordinari, Andrea al di là del bene e del male che non colpisce mai il bersaglio con le sue parole, una campagna acquisti al risparmio affidata ancora all’uomo che di campagne ne aveva sbagliate quattro consecutive. Tutto drammaticamente uguale a sempre. Tutto drammaticamente piatto.
Ma la Fiorentina non può essere piatta, è viva, è concava, è convessa. E’ complessa.
Come finirà? Non lo so.
I Della Valle sono riusciti a indispettire anche un sindaco amico e umile al punto di andare a Casette d’età in pellegrinaggio. Fossi stato io sindaco avrei fatto venire loro in palazzo Vecchio, ma questo è un altro discorso.
Ripeto, non so come finirà. I sondaggi negativi sono devastati, ma allo stesso tempo lo straordinario Popolo Viola compra gli abbonamenti e questi colori e questa squadra (giustamente) li ama. Non mi aspetto un gesto di umiltà e la partecipazione attiva anche nelle scelte societarie e nella quotidianità dei Della Valle. Certe cose e certi caratteri non li cambi. Mi spaventa un altro campionato anonimo. E mi chiedo: ma perché non vendono?
Provocatoriamente faccio due conti. Se vendono Chiesa, Veretout, Milenkovic e Simeone portano a casa 150 milioni. A quel punto possono anche vendere la società a 150 milioni, a questa cifra gli acquirenti ci sono e sono già pronti. Per loro 150+150 fanno trecento. Potrebbero andarsene con i soldi che hanno investito in questi sedici anni, senza rimetterci un euro.
Ripeto: lo dico non perché sono contro i Della Valle, ma una decisione devono prenderla. La Fiorentina non è l’Atalanta, la Samp, Il Torino o il Bologna (come ha detto Andrea). La Fiorentina deve essere molto di più e se questo di più in termini di passione e di partecipazione i Della Valle non lo possono garantire, cosa stanno a fare nel calcio?
Intanto Corvino ha due settimane per completare la squadra. Manca un esterno d’attacco e la cotta per Pjaca continua. La Juve in questi giorni era impegnata sul fronte Higuain-Bonucci-Caldara, da oggi il discorso può riprendere. Non mi faccio illusioni, so che se non ci sono almeno sette milioni, Pjaca in prestito con riscatto non arriva. L’altra strada è l’opzione su Chiesa.
Nel frattempo Corvino si è riportato su Sansone del Villareal, ex Sassuolo, che piace molto ma guadagna 1,7 milioni di ingaggio. Detto questo, se Corvino non vende i sei-sette esuberi in rosa, i soldi per Sansone non ci sono. Amen
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