ROCCO E LA SINDROME DECIO CAVALLO

16.01.2022 11:25 di Stefano Prizio Twitter:    vedi letture
ROCCO E LA SINDROME DECIO CAVALLO

La Fiorentina va più che bene, eppure il suo proprietario non cessa di attaccare un po’ in qua e un po’ in là: il sistema calcio, i procuratori, poi Vlahovic, gli altri club, il comune di Firenze, poi Vlahovic, poi i giornalisti, e così via, in un lungo leitmotive senza soluzione di continuità. Hanno buon gioco quindi alcune critiche che gli vengono mosse, compresa quella di aver offeso i fiorentini con la storia del ‘Franchi schifoso’, i fiorentini che poi sono i suoi ‘clienti’. Ma perché Rocco Commisso è così arrabbiato? Perché non sa godersi l’ottimo momento sportivo della squadra, dopo le prime difficili stagioni?

Fin dall’inizio dell’avventura italiana, il patron viola ha prediletto un atteggiamento molto aggressivo nella comunicazione, tuttavia mi pare che questa sua reiterata ‘incazzosità’, sia da attribuire a quella che scherzosamente chiamerò la ‘sindrome Decio Cavallo’, dal personaggio italo americano al quale Totò vende la fontana di Trevi nel film Totòtruffa62. Trattasi della paura dell’italo americano ricco e tornato in patria di essere truffato, non a caso a Commisso è scappato spesso di dire: ‘Mica sono il ricco scemo...’, quasi a denunziare questa come una sua grande paura.

Il terrore di essere menati per il naso, gli americani ce l’hanno dai tempi del secondo conflitto mondiale, quando giunti nel bel paese, venivano presi d’assalto dalle folle straccione che costituivano allora la popolazione italiana: scugnizzi in cerca di qualche spicciolo, di una gomma americana, una sigaretta, un po’ di cioccolata, al tempo capitava sovente che l’ingenuo ragazzone giunto da oltre oceano, si lasciasse tirare scemo dall’ italiano, reso cinico dalla fame.

Forse a qualche americano, resta nella memoria quel rapporto di forze, invece passò quel tempo, dipoi gli americani, di origine italiana o meno, scordano i decenni successivi al conflitto, in cui l’Italia è rimasta in ruolo subalterno, rispetto agli Stati Uniti e in cui gli americani, politici, turisti o uomini d’affari, si muovevano per le sue strade belle ed assolate, come fossero in colonia, con tutta la spocchia del parente ricco in casa del parente povero ( remember Sigonella).

Tutto ciò per dire che il clichè del ricco americano che teme di rimanere fregato in Italia, non ha più ragion d’essere, tanto che è stato lo stesso Commisso, in alcune dichiarazioni alla stampa americana (con la quale evidentemente ama parlare di più che con quella italiana) ad aver ammesso di aver preso la Fiorentina ad un prezzo conveniente, anzi, la decisione di comprarla, sarebbe stata presa proprio in virtù del prezzo. E allora? Da dove vengono tutta la rabbia e l’aggressività del patron viola?

Anche la storia della fastidiosa burocrazia e delle difficoltà per realizzare il nuovo stadio, regge pochino: l’operazione Fiorentina, è per Commisso, un affare da diverse centinaia di milioni di euro, insomma è un miliardario che investe tanti milioni, non un padre di famiglia che pianifica di comprarsi il cappotto nuovo, il miliardario ha i suoi consulenti, gli avvocati, i professionisti che valutano per lui rischi e benefici, prima di comprare, non è credibile che professionisti seri non lo abbiano messo in guardia dai problemi legati alla burocrazia e alla politica italiana. E allora?

E allora sarà carattere, tocca trarne la conclusione che Rocco sia incazzoso di natura, se poi ha veramente paura di essere preso per il ricco scemo, basterebbe ricordargli che uno con 10 miliardi di dollari di patrimonio, può di certo essere considerato ricco, ma difficilmente scemo. Gli imbecilli veri, caro Commisso, siamo noi altri che di milioni non ne abbiamo visto, né ne vedremo mai, neppure uno (né mezzo né un quarto) e si goda la Fiorentina e la vita.