ROCCO COME IL FIGLIO DEL PEROZZI E UN POLVERONE DI CUI PRANDELLI NON AVEVA BISOGNO. MA IL VERO CARTELLINO VA AI NAZIONALI CHE HANNO ROTTO LA BOLLA

20.11.2020 00:00 di Andrea Giannattasio Twitter:    Vedi letture
ROCCO COME IL FIGLIO DEL PEROZZI E UN POLVERONE DI CUI PRANDELLI NON AVEVA BISOGNO. MA IL VERO CARTELLINO VA AI NAZIONALI CHE HANNO ROTTO LA BOLLA

E menomale che la sosta per le Nazionali, di norma, serve più che altro ad allentare le tensioni del momento e a ricaricare le pile in vista del successivo impegno di campionato. Il clima frizzante che da un paio di giorni si respira a Firenze è in tal senso la classica eccezione che conferma la regola, visto che da qualche ora sembra non interessare più se, contro il Benevento, Prandelli scenderà il campo con il 4-3-3 o il modulo con il trequartista: piuttosto, a prendersi la scena, sono state le parole di patron Commisso, che dopo la sua ripartenza in direzione USA è tornato a farsi sentire, dedicando il suo tempo più a bacchettare le critiche ricevute (dalla stampa) che a programmare il futuro. Le prospettive di crescita della Fiorentina del resto sono chiare da mesi e non serviva certo ribadirle: o verrà costruito lo stadio nuovo oppure il rischio concreto è quello di “vivacchiare”, parola usata a settembre dallo stesso Rocco. In tutto questo c’è il neo arrivato Prandelli, il quale - partendo già dalla scomoda posizione di essere un allenatore ad interim - aveva bisogno di tutto fuorché del recente polverone che si è alzato in città. La domanda, dunque, sorge spontanea: ma valeva davvero la pena entrare così a gamba tesa in un ambiente stremato da tre anni e mezzo di calcio miserrimo e quattro cambi di guida tecnica?

Ormai, dopo diciassette mesi, le differenze che stanno emergendo tra il modus operandi di mister Mediacom e la famiglia Della Valle sono sempre più evidenti: in primis, nessuno può negare che Rocco abbia speso 300 milioni di euro tra l’acquisto del club (i DV lo presero in C a 0), tre finestre di mercato e - soprattutto - il maxi investimento sul centro sportivo, la prima struttura di proprietà nella storia della Fiorentina. Ma quello che forse più di ogni altra cosa va in netta controtendenza rispetto al passato è proprio il modo di vivere (e di convivere) assieme alla critica. Rocco è un po’ come il figlio del Perozzi (tanto per rimanere nell’ambito dei giornalisti, categoria poco simpatica al numero uno viola) di “Amici miei”: vede tutto, nota tutto e scrive tutto. Non c’è puntata in tv e in radio o quotidiano che il presidente della Fiorentina non ascolti, analizzi e sottolinei con l’evidenziatore. E dunque anche la più sottile delle obiezioni, per lui, è come una coltellata. Tutto il contrario dei Della Valle che quantomeno, prima di iniziare a sfoderare discutibili appellativi come “rosiconi", "mamma Ebe", "avvoltoi" o "scemi del villaggio" hanno atteso almeno sei anni. Anche perché - va riconosciuto - con due promozioni consecutive, dalla C alla A, e quattro qualificazioni sul campo alla Champions League nelle prime sette stagioni della loro gestione c’era ben poco da criticare. 

Dare consigli al presidente su come interagire con la critica non è certo il nostro compito (piuttosto a questo ci hanno pensato molto bene le associazioni di categoria, Ussi e Ast) così come siamo convinti che Commisso, quando ha fatto riferimento ai cartellini gialli e rossi usati dall’amico e collega Pagnini nel suo 30° minuto su Toscana TV, fondamentalmente abbia tentato di fare una battuta riuscita piuttosto male. Quello che semmai in totale buona fede siamo ancora portati a credere - e su questo la Fiorentina ha tenuto a puntualizzare - è che Rocco, nel suo show radiofonico, non ha voluto prendersela con il mondo della stampa tout court (in queste ore bersagliata come nel più classico dei tiri al piattello, ma non è certo una novità e il callo che si è formato funziona alla grande) ma semmai con alcuni rumorsspifferi che a tutti i livelli - dalla politica sportiva, al tema stadio o al semplice calciomercato - gli hanno dato fastidio nel suo progetto di crescita futura. Mettiamola così. Di sicuro però, a quanto ci risulta, il ministro Franceschini e il sindaco Nardella non hanno fatto salti di gioia quando hanno letto le sue parole sul Franchi. Anzi. Il primo soprattutto è molto seccato.

Chi piuttosto, per concludere e per tornare a parlare finalmente di pallone, merita a nostro giudizio un cartellino giallo sono i sei giocatori della Fiorentina che hanno scelto - rompendo la bolla - di rispondere alla chiamata delle proprie Nazionali in un momento quantomai delicato per tutto il club viola, dopo la positività al Covid di Callejon, Barone (ieri per fortuna si è negativizzato) e un membro dello staff. Siamo tutti molto felici per la prima rete di Vlahovic con la Selezione maggiore eppure decidere di mettere a repentaglio la salute propria e dei compagni di squadra (e a giudicare dai focolai che ci sono stati nella Serbia e nell’Uruguay questo rischio è ancora concreto) e per giunta nella settimana in cui era da poco arrivato il nuovo allenatore è stato un qualcosa che francamente i sei “fuoriusciti” (poi denunciati) potevano anche evitare. Una società come la Fiorentina che paga regolarmente tutti i suoi dipendenti e che, al momento di tagliare gli stipendi durante il primo lockdown, è venuta molto incontro alle esigenze dei suoi calciatori, forse, meritava un pizzico di rispetto in più.