RISULTATO SPORCO, VALE TUTTO. PARTITA BRUTTINA, ABITUIAMOCI. TORREIRA: VA INCATENATO A FIRENZE. EUROPA, C’È DA SOFFRIRE PARECCHIO. ESTERNI: DEVONO TIRARE IN PORTA, SEMBRAVA CALCETTO…

14.03.2022 11:44 di Mario Tenerani   vedi letture
RISULTATO SPORCO, VALE TUTTO. PARTITA BRUTTINA, ABITUIAMOCI. TORREIRA: VA INCATENATO A FIRENZE. EUROPA, C’È DA SOFFRIRE PARECCHIO. ESTERNI: DEVONO TIRARE IN PORTA, SEMBRAVA CALCETTO…

Ci sono almeno tre campionati in uno. Non è una novità, è così da sempre anche se con leggerezza un po’ snob, facciamo finta di non ricordarcelo.
Il girone di andata, la prima tranche: esperimenti, estetica, voglia di gol, gli operai specializzati si trasformano in architetti, dichiarazioni roboanti, sorrisi in tv, “non guardiamo la classifica”, oltre ad amenità di vario tipo.

Poi l’alba del girone di ritorno, la seconda parte del romanzo. Si comincia a coprirsi, il generale inverno bussa alle porte, si inizia a guardare la graduatoria, alcune velleità finiscono in soffitta, un occhio al gioco e un altro al risultato, anche le parole si declinano diversamente.
E infine la terza porzione del torneo: le ultime 11-10 giornate, lì salta il banco, mentre alcune panchine nel frattempo si sono già frantumate. Tutti i buoni propositi, quelli del manuale del bravo allenatore, finiscono nella pattumiera. I dettami del “nuovo che avanza” lasciano il passo al “vecchio che torna”, l’unica cosa che conta è il risultato, il resto è fuffa. Difese blindate, gioco duro, partite sporche, spettacolo dimenticato, sangue negli occhi e se possibile qualche palla in tribuna, Juve docet.

Morale: abituiamoci, da qui a metà maggio sarà spesso così, forse sempre. Non arricciamo il naso come i francesi di fronte a gare come Fiorentina-Bologna perché fanno parte del nostro Dna. Sono nel solco della tradizione. Non significa che Italiano, epigono della nouvelle vague del pallone di casa nostra, abbia abiurato il proprio credo. La verità è che si gioca in due e quindi ci si muove in campo in ragione di come gli avversari ti consentono di farlo. In più è emerso il “braccino” del tennista: la Fiorentina non vinceva da 3 partite tra campionato e coppa, qualche sicurezza era evaporata. Eppure i viola hanno acchiappato 3 punti ed è l’unica cosa che conta.

Se riusciamo a fare questa fuga in avanti, capendo che da ora al termine sarà una battaglia agonistica (guerra è una parola da abolire in questo periodo, anzi per sempre), forse ce la facciamo a digerire una vittoria arrivata non col rinomato format di Italiano, ma con fatica, tigna, pazienza. Tanta, per l’appunto. Guardiamoci attorno: la Juventus, appoggiata da una gran cassa mediatica stucchevole, è passata a Marassi senza mai tirare in porta… Il Milan, assai più apprezzato per il gioco, ha vinto di corto muso sull’Empoli. Il Napoli di misura a Verona. La Roma ha pareggiato in pieno recupero a Udine grazie ad un rigore che definire generoso è un eufemismo, dopo aver rischiato in più di un’occasione il 2-0. Ultima in ordine di tempo l'Inter, che non è andata oltre l'1-1 col Torino in una serata decisamente complicata per i nerazzurri. E potremmo andare avanti a lungo.

È dura per tutti perché adesso siamo nel campionato vero, il momento della stagione più difficile. Evitiamo di fare del tafazzismo gratuito, elencando tutte le cose che non funzionano nella Fiorentina. Magari sorvolando su fatto che a questa squadra è stato sottratto un attaccante fortissimo, in grado di regalare molta qualità alla manovra, oltre che un numero copioso di reti. Era tutto prevedibile, bastava conoscere un po’ il calcio. Ma nonostante questa pesante mutilazione, la Fiorentina con i propri limiti e con un gioco peggiorato, resta in corsa per l’Europa, a lottare con le romane che non volano. Staccando poi un cliente scomodo come il Verona di 5 lunghezze.

Abituiamoci alla partite sporche, alla sofferenza e pensiamo alla classifica, la cartina tornasole di tutto. Non omettendo un esercizio di onestà intellettuale: l’obiettivo della società era piazzare la Fiorentina dal nono posto in sù, per tanto se non dovesse arrivare l’Europa nessuno potrebbe parlare di fallimento. Questo lo dobbiamo a Italiano e ai suoi uomini.

La società, piuttosto, fissi fin da ora dei traguardi di mercato: il primo è incatenare Torreira a Firenze. Il “maghetto” uruguagio è il cervello della Fiorentina. In più ha la garra della sua gente e l’intelligenza di sfuggire alla marcatura ad uomo alla quale ormai è stato consegnato. Si lancia nella zona dei trequartisti creando scompiglio nelle linee nemiche, come un topino nel formaggio. Non lo vedono arrivare, non lo prendono e lui fa gol come ieri, mentre col Verona in tre occasioni lo aveva sfiorato. Uno così non si può perdere. Non vogliamo neanche pensare ad un mancato riscatto, risparmiateci balletti imbarazzanti. Torreira dovrà essere un calciatore della Fiorentina per molte stagioni. Punto e basta.

Sarebbe il caso anche di riconoscere un po’ di meriti ad un dirigente che è stato criticato per tutto - gli manca solo di essere indicato come amico di Putin… -: Daniele Pradè. Il diesse romano ha fatto tanti errori, ma non era il solo a commetterli, la compagnia era larga (vedi il caso Kokorin). Non è possibile, poi, che la colpa sia sempre soltanto sua, mentre i meriti siano sempre degli altri. Non torna. Torreira nella scorsa estate era stato preso dalla Lazio, la vicenda era veramente ai dettagli, come si dice in gergo “operazione fatta”. Invece il rapporto strettissimo tra Pradè e il centrocampista ha giocato un ruolo decisivo. Alla Lazio ancora non se ne fanno una ragione, Sarri lo sa bene.

Per l’Europa i viola dovranno soffrire parecchio. Potrebbero non bastare 19 punti su 30 in palio, tanto per schiarirci la mente. Occorrerà uno sforzo generale della squadra. Gli esterni dei quali si parla a Firenze più del nuovo stadio, dovranno segnare dei gol, ma per farlo dovranno tirare in porta. Non è un dettaglio. Con il Bologna sono emersi nitidi i problemi: ad un certo punto sembrava una partita di calcetto. La palla girava da destra a sinistra e viceversa, senza che nessuno tirasse verso il portiere del Bologna. L’unico è stato Torreira, sul quale ci siamo già espressi. Infatti ha preso un palo da 25 metri. E un po’ Bonaventura che lo ha sempre fatto anche se contro i rossoblu è sembrato sotto rendimento. Gonzalez, Ikonè e pure Sottil, passano la palla, con altruismo assoluto, ma non si incaricano di stoccare. Soprattutto i due stranieri. Gonzalez si è ritrovato un pallone d’oro, arrivato dal fondo su servizio di Odriozola, e invece che far esplodere il tritolo, è andato col piede di pasta frolla, tanto che De Silvestri ha deviato. Manca la ferocia di far gol perché non c’è sufficiente voglia di segnare. Meglio la strada dell’assist. Serve uno scatto mentale, ha ragione Italiano. Non sono esterni, ma attaccanti. Se Gonzalez, Ikonè e gli altri non lo comprendono, resteranno calciatori incompiuti. Si devono avventare sulla palla con il desiderio di spaccare tutto, compresa la porta. Speriamo non sia una questione di personalità perché chi gioca in quel ruolo è chiamato ad assumersi delle responsabilità.

Una considerazione su Cabral: Italiano era stato criticato per averlo utilizzato fino ad oggi col contagocce, seppur l’allenatore avesse spiegato come il brasiliano fosse in ritardo di condizione. Ieri ce ne siamo resi conto: il centravanti è ancora indietro, è tutto chiaro. Ci sarà tempo per apprezzarlo.
Complimenti ad Igor: arruolato a Firenze con il biglietto da visita del giocatore normale, tendente allo scarso, invece come rendimento ora è il migliore della difesa. Merito di Igor e di Italiano che da buon tecnico ha migliorato il capitale umano messogli a disposizione dal club. Sono le storie che ci piacciano e che amiamo raccontare. Le mani che applaudivano il difensore al Franchi, sono state un episodio di bellezza. Firenze sa premiare gli umili che diventano protagonisti.

È stata una gara sporca, il Bologna poteva segnare dopo 10 secondi, ma Soriano ha fallito un gol già fatto prendendo la traversa. Ci sono stati anche i pali di Orsolini e Torreira, ma alla fine ha vinto la Fiorentina; è finita così perché altre volte è andata peggio. Non c’è felicità senza fatica. Cerchiamo di comprenderlo.