PRANDELLI VUOL DIRE CUORE, TRA RICORDI GLORIOSI E QUELLA LETTERA IN OSPEDALE. L’ALLENATORE PIÙ AMATO ALLA SFIDA PIÙ GRANDE: LUI E LA FIORENTINA SI GIOCANO TANTO. MA LO FARANNO INSIEME

11.11.2020 12:10 di Leonardo Bardazzi   Vedi letture
PRANDELLI VUOL DIRE CUORE, TRA RICORDI GLORIOSI E QUELLA LETTERA IN OSPEDALE. L’ALLENATORE PIÙ AMATO ALLA SFIDA PIÙ GRANDE: LUI E LA FIORENTINA SI GIOCANO TANTO. MA LO FARANNO INSIEME

Prandelli vuol dire cuore. Quando c’è lui di mezzo, si rischia di non essere lucidi. Cesare è quella domenica con l’Inter del 2007, è lo stadio muto per onorare la sua Manuela, l’educazione e il sentimento in un mondo sceso a patti col diavolo. Cesare è Anfield e il furto di Ovrebo, è nei gol di Toni e nelle magie di Mutu, nelle vittorie, tante, della sua Fiorentina e in quelle Champions conquistate con gol e spettacolo, con la rovesciata di Osvaldo e le parrucche di Verona. Immagini indelebili nella storia viola. Cesare però è anche nei caffè di via Tornabuoni, nelle trattorie di San Frediano e tra ulivi delle colline sopra la città. Son passati dieci anni ma lui è sempre lì, nel cuore di chi ama la Fiorentina. Perché Prandelli è un insegnante di calcio capace di vincere Panchine d’Oro, ma anche una persona semplice, umile, dall’educazione profonda, che nonostante quel suo carattere riservato e introverso in perfetto stile padano, ha capito Firenze come nessuno. Vivendola a 360 gradi, accettandone i limiti e gli eccessi, ma godendo della sua passione, del suo darsi senza limiti a chi dimostra di volerle bene. 
E’ per questo che ancora oggi è di gran lunga l’allenatore più amato dei tempi moderni viola: a me scrisse anche una lettera, insieme alla sua amica Silvia Berti, all’epoca capo della comunicazione viola: “Forza Leonardo, non mollare. Ti vogliamo bene e ti aspettiamo allo stadio”. Era il 2007, ne è passato di tempo e non ricordo le parole esatte, ma conta il gesto. Ero su un letto di ospedale e rantolavo dai dolori, stavo vivendo il periodo più difficile della mia vita da cui non sapevo neppure se ne sarei uscito, ma quel piccolo pensiero, insieme alle centinaia di messaggi di fiorentini comuni (Stefano Prizio - un altro legatissimo a Prandelli - me ne portò un quaderno intero), sono stati il pane quotidiano per combattere una battaglia che poi ho vinto. 
“Non me ne sarei mai andato”, ripete sempre, in risposta a quel “dica che non va alla Juve” col quale Diego Della Valle lo mise alla porta. Rivederlo qui da noi, con la maglia viola addosso, provoca un brivido lungo la schiena, anche se il calcio non vive di soli sentimenti e la sfida che ci attende non sarà semplice. Né per lui, né per noi. Il paragone con gli anni che furono verrà naturale, ma questa squadra non ha né Toni, né Mutu, non ha Frey, Gilardino e neppure Vargas. Questa Fiorentina ancora deve capire sé stessa, è fragile e immatura, senza una reale identità di gioco. Prandelli anche negli anni d’oro metteva la programmazione al centro di tutto. Per lui il centro sportivo poteva valere 5-6 punti in più a campionato, per lui avere una prospettiva comune tra allenatore, squadra, società e città è sempre stata la base dei successi. E’ un romantico, un allenatore senza procuratore che cozza con il mondo che gli sta intorno, ma (insisto) non è un traghettatore. Ha bisogno del campo per incidere, ha bisogno di entrare nella testa dei suoi giocatori e di poter contare su una città intera. L’affetto ce l’ha. Il resto deve costruirselo. Tornando viola, corona il suo piccolo grande sogno, ma si gioca tantissimo. Forse tutto. Arriva da bocciature, non è più un ragazzino. E la Fiorentina, la sua Fiorentina, quella che 15 anni fa lo consacrò, adesso potrebbe essere la sua ultima occasione per dimostrare di essere ancora tra i migliori. Ma anche Commisso con lui si gioca tanto. Finora il suo progetto viola non ha decollato. Soldi spesi tanti, punti e soddisfazioni, poche. Troppo poche. C’è in ballo tanto in questo bellissimo ed emozionante ritorno al futuro. Fin dal Benevento, ne sono certo, la Fiorentina cambierà pelle. Cesare ha sempre giocato in modo coraggioso. Sa cosa chiede Firenze, sa che per convincere non deve solo risalire la classifica, ma anche far divertire e coinvolgere la gente. Per metterla in numeri, 4-2-3-1 o 4-3-3. Ma sono numeri appunto. Conta la mentalità, la voglia di rivincita e di seguire il figliol prodigo. Beppe Iachini merita l’onore delle armi per quello che ha fatto nei mesi scorsi, per l’uomo che è e il legame che ha dimostrato di avere con Firenze, al Franchi però serviva una ventata d’aria fresca, perché il campionato ci stava sfuggendo di mano. La Fiorentina ha chiamato, e Cesare ha risposto presente. I rischi sono tanti, ma la sfida è troppo bella per non essere vissuta. E allora forza Cesare, amico nostro