IN REDAZIONE CON SANDRO, LA TELEFONATA PER IL PORTIERE E LE SCALINATE DI PALERMO. SENZA RIALTI RACCONTARE LA FIORENTINA NON SARÀ PIÙ LA STESSA COSA

08.04.2020 00:00 di Leonardo Bardazzi   Vedi letture
IN REDAZIONE CON SANDRO, LA TELEFONATA PER IL PORTIERE E LE SCALINATE DI PALERMO. SENZA RIALTI RACCONTARE LA FIORENTINA NON SARÀ PIÙ LA STESSA COSA

Alberto, il capo solo all’apparenza inflessibile, che dettava la linea e correggeva i pezzi. E Sandro, il cronista viola per eccellenza, sempre al telefono a cercar notizie. A parlare coi tifosi e a dare consigli a noi giovani rampanti, inesperti, pieni di difetti ma con una voglia matta di farsi spazio nel mondo viola, quello di Rialti. A Firenze lo conoscevano tutti. Non c’era giocatore, allenatore o dirigente che non avesse avuto a che fare con lui. Via Carnesecchi è sempre stato il suo ombelico del mondo: casa, redazione, bar Marisa, lì a un passo dal Franchi. 

Capelli lunghi e basette anni ’70, era il 2001 quando misi piede per la prima volta in redazione. La Fiorentina aveva appena vinto la sua ultima coppa Italia, ma in città sapevamo tutti benissimo che il futuro della società era appeso a un filo. Io però ero eccitato all’idea di lavorare lì dentro, dopo che da ragazzo innamorato viola avevo divorato centinaia di pagine di Stadio. “Cercano un portiere ma non hanno una lira, hanno parlato con Vigorelli, il procuratore. Vedete di tirar fuori un nome”. “So che Vigorelli ha Scarpi. Lo chiamo subito”, risposi d’istinto. A Sandro si illuminarono gli occhi, lo ricordo come se fosse ora. Scarpi a Firenze non arrivò mai, ma quella risposta, agli occhi di Sandro, mi valse comunque mille punti. Ma se Sandro era il gatto, Alberto era la volpe.

Alberto Polverosi ha un carattere quasi opposto rispetto al suo amico di sempre. Almeno sul lavoro. E’ inflessibile, perentorio, non ammette la minima distrazione. I suoi pezzi sono sempre stati impeccabili (leggete, se non lo avete fatto, quello su chi marcò Figo al Camp Nou) e dagli altri pretendeva lo stesso. Se c’era un errore, se l’attacco dell’articolo non gli piaceva, te lo faceva rifare daccapo. Non c’erano cazzi, come avrebbe detto Ciccio. Oggi lo ringrazio per quelle bacchettate dolorose, se ho fatto qualche passo nel mondo del giornalismo è anche grazie a lui. A lui e a Sandro, naturalmente. Che invece è sempre stato una specie di fratello maggiore. Mai un rimbrotto, mai una litigata. Poteva alzare quel suo vocione un po’ buffo, ma se lo faceva era a fin di bene. 

In quell’annate tremende per la Fiorentina, scrivemmo di improbabili acquisti di una società che non esisteva più, della retrocessione, dei dribbling di Vittorio tra i fax colombiani e i soldi fregati alle casse viola. Quante giornate passate in piazza Savonarola e quante telefonate nella notte della fiaccolata per le vie del centro storico, con Sandro a raccontarmi le emozioni di Firenze e io lì, al suo pc, tentando in tutti i modi di rendere omaggio a quello che mi stava trasmettendo il cronista più conosciuto della città. Lezioni di vita prima che di giornalismo, a firma Rialti. 

A Sandro però mi lega anche molto altro. Non posso scordare le sue continue chiamate nel momento più difficile, quando stavo lottando contro un male di cui non avevo neppure mai sentito parlare. “Guarda che so cosa vuol dire, stringi i denti giorno dopo giorno. E non mollare. Ti aspetto allo stadio”. Me l’avrà detta cento volte quella frase. Da quel momento, mi chiedeva sempre come stessi. E che bello fu dirgli che sarei diventato babbo, proprio a lui che i nipotini li ha sempre desiderati. Molti anni dopo (era 2015), a Palermo, dopo una mangiata pazzesca sul mare di Mondello, gli ricambiai il favore: per salire in tribuna stampa ci sono da fare tre piani di scale. Ma lui, dopo il primo, già arrancava. “Sandro, è l’ora di finirla di venire in trasferta. Non sei più un ragazzino”. Lì per lì mi sorrise: “Vaffanculo vai", riprese fiato e arrivò in cima. Era il suo modo di sfidare i malanni. Faceva come gli pare e ha continuato a farlo fino alla fine. Però quella frase sulla scalinata de La Favorita gli rimase impressa per davvero. Da lì in avanti limitò le trasferte, fino a dire basta: “Te tu ssei quello che mi ha fatto smettere di andare in trasferta”. Me lo diceva sempre, anche in radio, nei suoi lunghi monologhi viola al Pentasport. Raccontare la Fiorentina senza di lui sarà molto diverso. E quei piccoli sedili della tribuna stampa del Franchi, senza il suo pancione a ingombrarli, diventeranno più spaziosi. Ma anche tremendamente più vuoti. Mancherai Sandro. A me, e a tutti coloro che ti hanno vissuto. Anche solo leggendo uno dei tuoi proverbiali pezzi sulla tua amatissima Fiorentina.