IL FRANCHI CHIUSO FINO AL 2021, SI PERDE L’EFFETTO COMMISSO. MA È ANCHE UN DURO COLPO ECONOMICO. E TORNARE A GIOCARE È SEMPRE PIÙ DIFFICILE: TROPPI RISCHI. ARRIVA IL NO DELLE AUTORITÀ SANITARIE. ANCHE CAIRO DICE STOP

14.04.2020 00:00 di Enzo Bucchioni Twitter:    Vedi letture
IL FRANCHI CHIUSO FINO AL 2021, SI PERDE L’EFFETTO COMMISSO. MA È ANCHE UN DURO COLPO ECONOMICO. E TORNARE A GIOCARE È SEMPRE PIÙ DIFFICILE: TROPPI RISCHI. ARRIVA IL NO DELLE AUTORITÀ SANITARIE. ANCHE CAIRO DICE STOP

Si riparte, non si riparte e quando si riparte?…Il calcio ai tempi del Coronavirus è avvolto nel dramma e nell’ansia di questi giorni grigi. Che succederà domani nessuno lo sa. La sensazione di navigare a vista mi accompagna fin dal primo giorno e credo sia una giusta prudenza. Giorno dopo giorno, però, si scoprono anche cose e si capisce sempre più nitidamente che la nostra vita non tornerà mai più quella di prima nelle abitudini, nelle piccole e nelle grandi cose. Solo una vaccinazione di massa ci restituirà la vita vera, ma quando? Già, quando?

Così, passando in rassegna le cose più care, una delle nostre passioni, pensando a quando potrà riprendere il campionato, forse non abbiamo colto fino in fondo la drammaticità della situazione presente e futura che si prospetta. Prima o poi si tornerà a giocare, questo è certo, ma soltanto rigorosamente a porte chiuse. Le previsioni più ottimistiche parlano della chiusura fino alla fine dell’anno, altre per tutto il girone d’andata, altre ancora forse fino a marzo del 2021 quando si spera potrà essere adottato un vaccino su larga scala. Comunque un’eternità.

Il Franchi chiuso per un anno, ma ci pensate? Non vedere giocare dal vivo la propria squadra, non partecipare al rito domenicale della partita, ovvio, è qualcosa di sconvolgente per tutti i tifosi, ma permettetemi di credere che per il Popolo Viola non vedere la Fiorentina sia ancora più duro. Conoscendo il legame, la passione viscerale, una città che vive di pallone, calcisticamente questo è un dolore collettivo. Sappiamo benissimo che i drammi veri sono altri, da quello della salute a quello dell’economia, ma parlando della vita che riprenderà, delle nostre abitudini di sempre, dei nostri modi di essere, provate a fare mente locale e immergetevi nel nuovo mondo che purtroppo verrà: il Franchi chiuso per un anno…

Del resto era facilmente immaginabile che i grandi avvenimenti sportivi, i concerti, le discoteche, tutte quelle manifestazioni che prevedono il contatto fisico fra decine, centinaia, migliaia di persone fossero destinate a restare vietate fino alla fine completa dei rischi della pandemia. Scontato, certo. Ma prenderne atto e dirsi, sarà certamente così, è un altro discorso.

E’ vero che le partite si vedono anche in tv, i problemi sono altri come detto, ma il calcio allo stadio è una cosa completamente diversa, e mancherà moltissimo.

Ma ci sono anche altre ragioni che continuano a farmi dire che Firenze pagherà più di altre piazze. Intanto i trentamila abbonati previsti o giù di lì. Lo stadio sempre pieno. L’effetto Commisso che stava riportando l’entusiasmo a quel livello che Firenze merita. Rocco la squadra la farà comunque, il piano di rafforzamento è già previsto, ma invece di pensare “io ci sarò”, ora nasce forte il senso di frustrazione. La Fiorentina senza il Popolo Viola non è la Fiorentina. L’asettico silenzio degli stadi vuoti è penalizzante per tutti, ma i gradi della penalizzazione sono diversi: è un dato di fatto.

E poi c’è il discorso economico. Delle gare giocate fino ad oggi quella che ha fruttato di più nell’era Commisso è la gara con la Juve con un incasso di oltre 1 milione di euro. Con il Milan quasi ottocento mila. Lo stadio, anche nelle partite con meno appeal, è sempre stato eccezionalmente pieno. Fra quelle ancora da giocare (se si giocheranno) e ipotetiche 8-9 in casa da saltare il campionato prossimo, il mancato incasso al botteghino si avvicina agli 8-10 milioni di euro (dipenderà dal calendario) ai quali andranno aggiunti i soldi persi per la cartellonistica e gli sponsor. Un altro brutto colpo per le finanze di Rocco che, fortunatamente, non sta perdendo l’entusiasmo ma sta invece programmando come fare a ripartire in questo stato di crisi generale.

Abbiamo già parlato della opportunità offerta dall’ammorbidimento del fair play finanziario per i prossimi tre anni. Vedremo cosa deciderà Rocco anche se i programmi sono ambiziosi.

Ma si riuscirà a finire la stagione?

L’ultimo a dire no, chiudiamo qui, proprio ieri sera, è stato il presidente del Torino Urbano Cairo. Un presidente “pesante”, uno che nel consesso Lega conta per molte ragioni. Cairo non ha problemi o ambizioni di classifica come altri che si sono espressi prima di lui, è nel limbo, un po’ come la Fiorentina, il suo ragionamento viene dalla valutazione oggettiva della situazione del Paese e dell’epidemia. Sempre ieri anche il professor Rezza, direttore delle malattie infettive dell’Istituto superiore della sanità, ha manifestato le sue forti perplessità sulle possibilità di ripresa di uno sport di contatto come il calcio.

A ruota anche il professor Guerra vice direttore dell’organizzazione mondiale della sanità.

Per ripartire nel calcio ci vorranno norme severe, indicazioni ferree e l’applicazione sembra complicata se non impossibile. Le distanze di sicurezza da rispettare per tutti, gli esami medici dettagliati e continui da effettuare, la gestione quotidiana di gruppi di almeno quaranta-cinquanta persone, come la mettiamo? Se i giocatori, esempio, dovranno cambiarsi in spogliatoi separati (al massimo due-tre per locale), ma ci metto anche lo staff che dovrà osservare accorgimenti analoghi, sono poche le società di serie A che possono mettere a disposizione dei giocatori delle strutture adeguate. E le altre?

Per non parlare poi dei controlli. Si potranno tenere per due mesi i giocatori lontani da altri contatti esterni visto che ancora non si sa come si trasmette il virus?

I rischi sono alti e, a naso, sarà difficile che tutti i club possano adempiere agli obblighi che imporranno le autorità sanitarie mondiali e italiane nella fattispecie.

Alla ripresa è contrario anche il presidente del Coni Malagò che ha ben chiara la situazione, hanno rinviato le Olimpiadi e gli Europei, Wimbledon, chiusi i campionati di basket, volley e rugby, ma la Federcalcio insiste per giocare e ci proverà fino all’ultimo. Gravina sta facendo un porta a porta incredibile, con argomentazioni risibili, ormai ha parlato a tutti i media esistenti nel globo, gli manca soltanto Tele Radio Gatto libero, per cercare di fare proselitismi e cercare consensi, senza rispetto né dei tifosi né dei giocatori, ma per un motivo esclusivamente economico. Anche nel mezzo di un dramma mondiale senza precedenti, i dirigenti del calcio pensano sempre e solo ai soldi. E lo sappiamo bene.

Se il campionato dovesse finire qui, la serie A ci rimetterebbe circa 750 milioni e gente che già prima del Coronavirus era in rosso di 2,5 miliardi, di perdere certe cifre non se le può permettere. Mi verrebbe da dire affari loro, dovevano pensarci prima a gestire meglio.

Il calcio però ha anche una valenza economica ed è una grande passione collettiva e riprendere in qualche modo a giocare, nel rispetto delle regole sanitarie, potrebbe anche servire a ridare energia e contribuire a pensare positivo. Ma è tutto estremamente complicato. Si può tornare come se niente fosse con ventimila morti appena seppelliti? Qualcuno ha pensato a situazioni vissute dall’Atalanta?

Non vorrei poi, ad esempio, che neppure uno degli eroici infermieri di questi giorni drammatici, o un’ambulanza qualsiasi, fossero dirottati su un campo di calcio se si dovesse tornare a giocare, servono altrove.

Sono giorni che non abbiamo mai vissuto prima e anche il calcio in qualche modo dovrà capire le ragioni morali, etiche ed anche pratiche. E’ logico si faccia il possibile, ma senza le scorciatoie al quale il calcio è abituato. Vogliamo ricordare i danni provocati a Bergamo da Atalanta-Valencia di San Siro o quelli a Madrid da Liverpool-Atletico?

Domani si riunirà la commissione medica della Federcalcio per fare un piano sanitario per la ripresa nel rispetto della salute di tutti i componenti delle società e allora capiremo le imposizioni da seguire e i margini di manovra possibili. Chiaro, comunque, che il tutto dovrà essere avallato dalle organizzazioni sanitarie nazionali, dal ministero della salute e da quello dello sport.

L’idea di massima è quella di riprendere gli allenamenti il quattro maggio, giocare a porte chiuse le 124 partite che restano dal 31 maggio a metà luglio la domenica, il mercoledì e la domenica. Un tour de force.

L’Uefa, infatti, come vi avevamo anticipato, conta poi di finire le Coppe fra metà luglio e metà agosto. Auspici e speranze. Io continuerei a navigare a vista…